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A 11 anni si lancia nel vuoto per seguire l'uomo nero. Cosa è successo e come non cadere nelle trappole del web

3 ott 2020
Daniela Chieffo
Daniela Chieffo

Mamma e papà vi amo ma devo seguire l’uomo col cappuccio”, è il testo del messaggio che un bambino di undici anni ha lasciato ai genitori prima di gettarsi nel vuoto. 
L’ipotesi al vaglio degli investigatori è che il ragazzino sia finito nel vortice di un gioco chiamato ‘Jonathan Galindo’, in cui un uomo col cappuccio nero, che ha le sembianze di Pippo della Disney, trascinerebbe le sue vittime, dopo averle agganciate su ogni canale social possibile in una serie di ‘sfide’ che arriverebbero fino all’autolesionismo e al suicidio.

Benedetta de Mattei ne ha parlato con Daniela Chieffo - Resp UOS di Psicologia Clinica, Fondazione Policlinico Universitario "A. Gemelli" e Docente presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore – per capire cosa sia successo e come educare i propri figli ai rischi della rete nel modo più corretto.

Che gioco è Jonathan Galindo?
Jonathan Galindo è un fenomeno molto conosciuto negli Usa, arrivato in Europa prima in Spagna e Germania e poi approdato in Italia. Il gioco è semplice: se accetti la richiesta di amicizia, solitamente fatta a giovanissimi, ti viene inviato, tramite messaggistica, su ogni canale social possibile (da Facebook, a Instagram, a Tik Tok, fino a Twitter), un link che ti propone di entrare in un gioco nel quale vengono proposte delle prove di coraggio, fatte di difficoltà sempre più elevate, fino ad arrivare all’autolesionismo o al suicidio.

Cosa è accaduto nella testa di questo bambino?
Prima di rispondere vorrei innanzitutto escludere discorsi, che purtroppo sento, su genitori poco attenti o affettuosi perché il problema non nasce assolutamente da questo.
Il problema è che nella mente di un undicenne che ha un dispositivo come un cellulare provvisto di stimolazioni di ogni tipo, soprattutto quando ha la possibilità di accedere ad alcuni siti, si aprono tante finestre immersive che non è ancora in grado di filtrare. Il vero male è la suscettibilità all’adescamento e alla manipolazione mentale. Per cui quello che può essere accaduto è che un’immagine, una voce, o anche un messaggio attraverso un simbolo, rappresentato in questo caso da questo soggetto “tipo Pippo” abbiano agito plagiando la mente di questo ragazzo che non è stato capace ne di definire il pericolo ne di discriminare tra finzione e realtà. I bambini e i ragazzi considerano le tecnologie digitali come elemento naturale del loro ambiente di vita. Si “affidano” ai dispositivi.
Gli autori di questi giochi sono molto abili perché conoscono perfettamente i meccanismi mentali del bambino e sono dunque in grado di attrarlo portandolo in alcuni casi in una situazione dissociativa che non gli permette di capire ciò che sta succedendo. Questo accade anche con alcuni videogiochi che lavorano sui simboli e creano dipendenza perché mirano proprio a stimolare quelle dinamiche interne, talvolta fonte di disagio non ancora visibile, e che si espletano con fantasie inconsce del minore. Nel tragico caso avvenuto a Napoli il ragazzo, è stato “catturato” e veicolato, non è riuscito a contenere e quindi a significare il messaggio proveniente dal dispositivo, e ha seguito una traiettoria che lo ha indotto fino al gesto estremo. Il fatto che abbia lasciato un messaggio presuppone un passaggio pregresso che aveva già effettuato mentalmente. È stato quindi un processo, un gioco fatto di gradini attraenti, con forme di gratificazione che l’hanno condotto al suicidio.

È giusto raccontare queste terribili vicende ai propri figli per metterli in guardia?
Sono dell’idea che i bambini e i ragazzi vadano educati rispetto al pericolo di questi dispositivi senza però demonizzarli perché poi il rischio è di far sviluppare fobie collaterali.
Sarebbe meglio non raccontare nello specifico questi episodi ai propri figli perché non hanno bisogno di conoscerne i dettagli, che gli creerebbero solo tanta angoscia, o addirittura sortire l’effetto contrario stimolando la curiosità e l’emulazione. Ma sicuramente l’informazione che ci possano essere dei messaggi impliciti o comunque dei giochi che possono portare a dei rischi, addirittura all’autolesionismo, va data poiché fino ai 12 anni i ragazzi possono essere più facilmente adescati e possono non avere un’alfabetizzazione informatica tale da riconoscere un profilo falso.

Oggi i ragazzini si avvicinano al web e ai social sempre più precocemente, quali sono gli strumenti che dovremmo dargli per non correre rischi?
Innanzitutto bisogna che questi dispositivi siano forniti ai propri figli con dei filtri di base per garantire e tutelare il minore. È inoltre importantissimo responsabilizzarli. In questa epoca spesso i genitori sono così tanto attenti da non responsabilizzare i propri figli e questo è un grave errore poiché l’ingenuità gli impedisce ulteriormente di discriminare il pericolo.
Bisogna dare loro una maggiore consapevolezza dei rischi della rete poiché è bene sapere che il web aggrega gli amici, ma può essere anche un contenitore di adescamento. I bambini vanno educati all’utilizzo del cellulare. Penso che oltre alla famiglia, anche la scuola dovrebbe intervenire in tal senso. La didattica digitale, attraverso l’esempio della recente didattica a distanza potrebbe essere un modo per conoscere la funzione importante e positiva che il sistema informativo può dare.

Quali consigli si sente di dare ai genitori di oggi?
Io credo innanzitutto che sia giusto parlare con i propri figli e gestire quotidianamente i rischi, non farlo solo quando nasce un problema. Il mio consiglio è quello di lasciare il proprio telefono per seguire i bambini, non attraverso un meccanismo di controllo ma di condivisione, cercando di sintonizzarsi sulle attività da cui sono coinvolti sui loro dispositivi. È importante che il genitore non lasci il bambino giocare da solo senza controllo. La condivisione e la comunicazione sono gli ingredienti fondamentali perché ci permettono di captare alcuni pericoli. È bene però ricordare che anche il controllo eccessivo può rivelarsi dannoso nei confronti dei nostri ragazzi che vanno assolutamente responsabilizzati. Suggerisco infine di limitare il tempo trascorso in Rete, che i genitori dovrebbero sempre monitorare, specie di notte poiché questi ragazzi spesso perdono la cognizione del tempo e di quello che stanno facendo.
L’unica vera ed efficace prevenzione è insegnare ai più piccoli a vivere la rete e in rete, perché siano in grado di capire il prima possibile quando c’è un pericolo, ed educare i figli a parlare per non arrivare a leggere le sue ultime parole su un pezzo di carta.
Dobbiamo lavorare sulla suscettibilità dei ragazzi perché troppo spesso le persone con una mente distorta che fanno leva sulle vulnerabilità adolescenziali e infantili si nascondono dietro questi dispositivi per soddisfare il sadismo di entrare nella mente di un ragazzo.

A che età è giusto dare un cellulare?
I pediatri dicono che bisogna limitare l’uso del telefonino e non regalarlo prima dei dieci anni di età, ma da quel momento tutto pare permesso, al punto che è raro trovare undicenni o dodicenni senza smartphone. Prima di questa età è a mio parere dannoso dare ai propri figli un cellulare e ad ogni modo l’importante, una volta dato un dispositivo, è mettere come dicevamo prima dei filtri e decidere cosa inserire, limitandoli con alcuni social network ma offrendogli ad esempio la possibilità di scaricarsi WhatsApp, poiché il gruppo classe o il gruppo sport sono piattaforme che possono anche aiutare alcuni ragazzi ad integrarsi. Il dispositivo se utilizzato in modo corretto può essere funzionale alle relazioni sociali e vietarlo a volte significa lasciare il ragazzo “fuori dal gruppo”, escludendolo ad esempio dalle chat di classe o di amici.



Quali sono i segnali che possono indicare una situazione a rischio e metterci in allarme?
Il comportamento che monitorerei riguarda principalmente: l’alterazione del sonno (i bambini si addormentano più tardi, sono stanchi), l’irritabilità, l’errata gestione dei conflitti, un cattivo rapporto con l’alimentazione (come l’inappetenza o assunzione irregolare di cibo) e un eventuale cambiamento repentino del proprio vocabolario corporeo e verbale.

Benedetta de Mattei