Dopo il recente via libera del Consiglio Europeo alle nuove regole sui rimpatri e le modifiche al concetto di Paese terzo sicuro, il Governo Meloni incassa un'altra vittoria: 27 Paesi membri del CoE – tra cui San Marino - hanno infatti approvato una dichiarazione congiunta sulla necessità che la CEDU "trovi un giusto equilibrio tra diritti ed interessi individuali dei migranti e gli importanti interessi pubblici di difesa della libertà e della sicurezza nelle nostre società". L’immigrazione irregolare è il cavallo di battaglia dell'Italia, che a maggio, assieme a Danimarca, aveva sollecitato una revisione della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, criticando le decisioni della Corte di Strasburgo sui casi di migrazione, espulsioni e sicurezza.
Tra le richieste anche un “ribilanciamento” dell'applicazione della Cedu rispetto alla sovranità nazionale, per consentire agli Stati di riconquistare gli spazi di azione “espropriati” dai giudici europei. Alle 9 firme iniziali se ne sono aggiunte – dopo pochi mesi- altre 18, per un totale di 27 paesi membri. La dichiarazione chiede maggior equilibrio tra diritti umani e sicurezza nazionale e chiarezza sull'interpretazione di articoli sensibili per la migrazione come, ad esempio, il diritto al rispetto della vita familiare e privata a cui i migranti possono appellarsi per evitare di essere espulsi. Ma anche di rafforzare il ruolo degli Stati nel controllo dei confini e nella gestione dei flussi migratori.
“Si è deciso di dare corso ad una modifica dell'interpretazione e quindi, dal loro punto di vista, questa azione ha avuto successo per dare più regole, più restrizioni all'immigrazione clandestina”, spiega il Capo delegazione di San Marino all'Assemblea Parlamentare del Consiglio d'Europa Gerardo Giovagnoli. Alla domanda su cosa ne pensi, risponde così: “Credo che, essendo il Consiglio d'Europa esattamente l'organizzazione che si basa sulla Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo, è vero che l'applicazione può avere delle elasticità rispetto al Paese in cui vengono presi in esame i singoli casi, però i principi devono essere osservati, altrimenti non ha più senso parlare di Consiglio d'Europa”.