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Associazione Papa Giovanni XXIII:Il Lazio riconosce le case famiglia con utenza complementare

10 apr 2014
Associazione Papa Giovanni XXIII:Il Lazio riconosce le case famiglia con utenza complementare
Associazione Papa Giovanni XXIII:Il Lazio riconosce le case famiglia con utenza complementare
«Siamo felici che una Regione importante come il Lazio abbia riconosciuto la validità di un modello di accoglienza familiare che come Comunità Papa Giovanni XXIII sperimentiamo da decenni nelle nostre case famiglia, ma che ancora fatica a trovare spazio nel panorama giuridico italiano».
Così commenta Giovanni Ramonda, responsabile generale della Comunità Papa Giovanni XXIII, la notizia diffusa ieri dalla Regione Lazio in merito ad una delibera con cui la Giunta Regionale ha introdotto «una nuova tipologia di struttura socioassistenziale, la "comunità familiare ad accoglienza mista"». Nella nota diffusa dalla Regione si spiega che «si tratta di una struttura aperta sia a soggetti con disagio familiare o sociale, sia a persone con disabilità fisica o psichica, che può accogliere contemporaneamente sia minori che adulti in difficoltà, compresi quelli già ospitati prima di diventare maggiorenni». Una novità, visto che finora la normativa regionale prevedeva soltanto strutture destinate esclusivamente a categorie distinte di persone: minori, adulti con disabilità, anziani, persone con problematiche psicosociali, donne in difficoltà. La nuova tipologia di struttura, si legge nella nota, «potrà ospitare fino a otto persone» e sarà «gestita da una coppia o da una famiglia con figli che vive stabilmente nella casa e quindi condivide con gli ospiti un legame diretto e personalizzato».
«È proprio ciò che viviamo ogni giorno nelle nostre case famiglia – commenta Ramonda –. Una grande intuizione pedagogica che don Oreste Benzi ha avuto già nel 1973, fondando a Rimini la prima casa famiglia, e che come Comunità Papa Giovanni XXIII abbiamo poi diffuso non solo in Italia ma nei cinque continenti. Nelle nostre case famiglia non ci sono operatori e utenti ma si vivono relazioni di tipo familiare, garantite dalle figure genitoriali presenti a tempo pieno. Inoltre le persone non sono divise per categoria ma, come in una normale famiglia, ci può essere il bambino, l’adulto e l’anziano, la persona fisicamente sana e quella con delle disabilità. È proprio questa complementarietà che favorisce la maturazione della persona e aiuta ciascuno a far emergere le proprie potenzialità».
«Auspichiamo che il riconoscimento della Regione Lazio, dopo quello già avvenuto, sia pure con sfumature diverse, da parte di Emilia Romagna, Piemonte, Veneto e Marche, spinga anche altre Regioni a riconoscere questo modello di intervento – conclude Ramonda –. Chiediamo inoltre che il Governo stesso individui forme di riconoscimento e valorizzazione a livello nazionale per un modello di accoglienza che ha ormai ampiamente dimostrato la propria validità ed efficacia sul piano pedagogico e riabilitativo».