Dall'oblio a presidio Slow Food, la cicerchia torna sulla tavola degli italiani

Originaria del Medio Oriente, ampiamente conosciuta dai Romani e utilizzata soprattutto nelle Marche fino al secondo dopoguerra. La cicerchia, legume considerato povero, è stato poi via via abbandonato. Nella seconda metà del XX secolo erano rimasti solo pochi contadini di Serra de’ Conti, cittadina in provincia di Ancona, a coltivare una saporita varietà locale. Si seminava in primavera tra il granoturco assieme ai fagioli e ai ceci e si raccoglieva ad agosto. Le piantine riunite in piccoli fasci erano appese al sole e poi battute nell’aia: una buona scorta di cicerchie era una garanzia per l’inverno grazie ad un buon apporto proteico

Così, come l'Araba Fenice, risuscita dalle proprie ceneri, o meglio, dalla proprio terra, e torna sulle tavola degli italiani. Il merito è di un gruppo di agricoltori che nel 1996 fonda la Cooperativa ”La Bona Usanza”, con l'idea di salvare prima e valorizzare poi legumi, cereali, dolci e salse che sono stati alla base della storia alimentare di questo territorio. Fra questi, la cicerchia. Un ingrediente particolarmente versatile: ottima in zuppe e minestre, ma anche cucinata in purea o servita come contorno dello zampone. Con la farina di cicerchie, inoltre, si preparano maltagliati e pappardelle.

Il Presidio, ora, porta avanti questo importante lavoro di recupero, selezione del germoplasma, rilancio commerciale e valorizzazione. Sono stati acquistati nuovi macchinari per la selezione ed è stato stilato un disciplinare di produzione che prevede una coltivazione a basso impatto ambientale e rispettosa del territorio.

FM

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