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Diabete: come riconoscerlo e combatterlo. I consigli del prof. Francesco Purrello

16 nov 2019
Prof. Francesco Purrello
Prof. Francesco Purrello

Il 14 novembre si celebra in tutto il mondo la Giornata Mondiale del Diabete. Sono ben 4 milioni gli italiani alle prese con il diabete e almeno un altro milione non ha ancora scoperto di esserlo. Cifre da capogiro, come quelle che arrivano dalle stime mondiali: secondo l’International Diabetes Federation sono 425 milioni le persone che vivono oggi con questa condizione e che, stando alle tendenze attuali, potrebbero arrivare a 629 milioni entro il 2045.

Benedetta de Mattei ha intervistato il prof. Francesco Purrello – Presidente della Società Italiana di Diabetologia (SID).

Professore cos’è il diabete?
E’ importante innanzitutto distinguere tra diabete di tipo 1 e diabete di tipo 2, due condizioni molto diverse tra loro, causate da situazioni differenti, ma accomunate da una iperglicemia. Il diabete di tipo 1 è la forma meno frequente, circa il 5% dei casi, ma anche la più grave e colpisce prevalentemente bambini e giovani sotto i 25 anni. E’ una malattia autoimmune che distrugge gran parte delle cellule beta del pancreas, che normalmente rilasciano insulina nel nostro corpo. Poiché queste cellule non sono più in grado di riprodursi, la quantità di insulina nel corpo diventa insufficiente e va compensata dall’esterno con delle iniezioni. Il diabete di tipo 2 rappresenta il 95% dei casi e colpisce più frequentemente gli adulti sopra i 50 anni ma purtroppo iniziamo a riscontrarlo anche nei trentenni, dove prima era inesistente.

Quali sono i primi campanelli d’allarme a cui prestare attenzione?
Nel diabete di tipo 1 l’insorgenza è rapida e improvvisa e i campanelli d’allarme possono essere: minzione frequente, aumento della sete, stanchezza e un maggiore appetito accompagnato da dimagrimento. Nel diabete di tipo 2 i sintomi sono gli stessi ma molto più subdoli e progressivi, per tale ragione spesso si arriva alla diagnosi con grande ritardo.

Come si arriva alla diagnosi?
La diagnosi si fa con un semplice esame della glicemia a digiuno e nei soggetti a rischio si associa l’analisi dell’emoglobina glicosilata che ci fornisce un’informazione importante: la media di tutte le nostre glicemie della giornata degli ultimi due mesi. Questi esami andrebbero fatti una volta l’anno. Oltre 4 milioni di persone hanno il prediabete e intervenendo precocemente è possibile evitare lo sviluppo della malattia

Quali sono i valori ‘limite’ di questi esami?
Per la glicemia possiamo stare tranquilli se a digiuno il valore è sotto i 100, siamo a rischio se è tra 100 e 125 mentre si fa diagnosi di diabete quando va oltre questo valore. L’emoglobina glicosilata dovrebbe stare sotto il 5,5 %, risulta alterata tra 5,5 e 6,4% mentre quando il valore supera il 6,5% si è diabetici.

Quali sono i rischi se non curiamo il diabete?
I rischi sono altissimi, con complicanze anche mortali, tra i quali: Infarto del miocardio, scompenso cardiaco, ictus cerebrale, insufficienza renale, amputazione del piede, retinopatia diabetica La buona notizia è che oggi il diabete lo possiamo curare molto bene, è da matti nel 2019 avere un diabete malcurato che porti a tali complicanze perché oggi, rispetto a 10 anni fa, abbiamo un armamentario enormemente efficace per prevenire e trattare queste complicanze.

Quali sono i principali fattori di rischio nel diabete di tipo 2?
Il diabete di tipo 2 viene in soggetti geneticamente predisposti ma questa condizione non è mai sufficiente mentre si aumenta notevolmente il rischio quando subentrano sedentarietà e obesità. Con poche semplici azioni si riuscirebbe ad abbattere il rischio di diabete e a prevenire oltre il 50 per cento dei casi di diabete di tipo 2. Attività fisica e dieta sono i due cardini della prevenzione.

Quale dieta suggerisce?
La dieta ideale per la prevenzione e il trattamento delle persone con diabete prevede un’alimentazione ricca di fibre (da ortaggi, frutta, cereali non raffinati) e povera di grassi animali. Le fonti di carboidrati da preferire sono cereali integrali, frutta, legumi e vegetali; in generale è preferibile evitare carboidrati ad elevato indice glicemico (l’impiego di carboidrati a basso indice glicemico consente di migliorare il controllo della glicemia e riduce anche il rischio di ipoglicemie). L’uso di saccarosio (il comune zucchero da cucina) e di altri zuccheri semplici non va demonizzato, tuttavia è importante evitarne il consumo abituale, anche in un’ottica di controllo del peso. I dolcificanti acalorici sono sicuri se consumati in quantità moderate. In presenza di una funzione renale normale, le proteine dovrebbero fornire il 10-20% delle calorie giornaliere. Le diete iperproteiche nelle persone con diabete andrebbero evitate per un possibile aumento del rischio cardiovascolare e di danno alla funzione renale sul lungo periodo.

Quali speranze per il futuro?
I progressi fatti sono veramente tanti perché la tecnologia per fortuna ci aiuta molto. Esistono oggi il sensore continuo della glicemia e il microinfusore che dialogano tra loro, come una specie di pancreas artificiale. Il diabete ora si controlla molto meglio e le aspettative di vita sono ormai ottime. La ricerca per fortuna cammina velocemente, aspettiamo qualcosa che possa rimpiazzare definitivamente le cellule beta andate distrutte e sono convinto che sulla sostituzione cellulare veramente non passeranno 10 anni prima che ci siano dei significativi passi in avanti. La qualità dei ricercatori italiani in questo ambito è elevatissima, siamo al terzo posto nel mondo, dopo gli Stati uniti e il Regno Unito, ed è quindi importantissimo sostenere la Ricerca Italiana.

Benedetta de Mattei