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Ictus: riconoscere i sintomi entro 4 ore può salvarci la vita. L'esperto ci spiega quali sono

18 gen 2020
prof. Paolo Maria Rossini
prof. Paolo Maria Rossini

Esce in questi giorni il libro del giornalista Andrea Vianello in cui racconta il dramma personale dell’ictus subito lo scorso febbraio, una patologia purtroppo oggi sempre più diffusa anche tra i giovani.

Benedetta de Mattei ha intervistato il prof. Paolo Maria Rossini – Capo Dipartimento di Neuroscienze IRCCS San Raffaele di Roma - per capire cos’è l’ictus e come riconoscerlo tempestivamente per salvare vita e cervello.

Cos’è l’ictus?

A seconda della causa possiamo distinguere principalmente tra ictus ischemico e ictus emorragico. L’ictus ischemico, si verifica in seguito al restringimento o alla chiusura di un vaso cerebrale per cui le cellule nervose nutrite da quell’arteria o arteriola subiscono un infarto e vanno incontro a necrosi. E’ di gran lunga il più diffuso e rappresenta ll’85% di tutti gli ictus. L’ictus emorragico avviene invece con la rottura di un’arteria cerebrale per cui fuoriesce una certa quantità di sangue che ha il doppio effetto di comprimere il tessuto cerebrale circostante e di non nutrire più i neuroni prima alimentati.

Quando si verifica un’interruzione dell’apporto di sangue ossigenato in un’area del cervello, si determina la morte delle cellule cerebrali di quell’area. Di conseguenza, le funzioni cerebrali controllate da quell’area (che possono riguardare il movimento e/o la sensibilità di un braccio o di una gamba, il linguaggio, la vista, l’udito o altro) vengono perse.

Esiste poi un’altra forma particolare di ictus ischemico detta attacco ischemico transitorio (TIA). In questo caso la chiusura dell’arteria è transitoria e si riapre spontaneamente, per cui i sintomi neurologici si risolvono nell’arco massimo di 24 ore. La risonanza non evidenzia nessun tipo di danno e il recupero sarà totale.

Chi colpisce in Italia?

L’ictus rappresenta attualmente la terza causa di mortalità in Italia, dopo la cardiopatia ischemica e i tumori, e rappresenta la prima causa di disabilità permanente, richiedendo assistenza da parte della famiglia e delle strutture di riabilitazione con notevoli risvolti socio-economici.

La sua incidenza aumenta con l’età, soprattutto dopo i 55-60 anni, ma esistono anche delle forme giovanili. Essendo l’Italia un paese sempre più vecchio, è naturale che il numero di persone colpite da questa malattia è destinato ad aumentare negli anni. Oggi in Italia vi sono circa 120-130.000 nuovi casi ogni anno, numeri importanti su cui bisogna fare un ragionamento di organizzazione sanitaria.

Quali sono i fattori di rischio?

Ci sono dei fattori di rischio non modificabili come l’età, il sesso e la predisposizione familiare ma esistono dei fattori di rischio modificabili come sovrappeso, sedentarietà, fumo, abuso di alcol, aritmie e patologie delle valvole cardiache, ipertensione e ipercolesterolemia che possiamo controllare. Il diabete è un altro grande fattore di rischio perché se non controllato rigorosamente porta ad un danno progressivo delle pareti, soprattutto delle piccole arterie che sono quelle importanti per tanti organi tra cui il cervello.

Anche la regolarità del battito cardiaco è molto importante perché la presenza di aritmie e fibrillazioni aumenta di decine di volte il rischio di far partire degli emboli che poi andranno a finire quasi sempre nei polmoni ma soprattutto nel cervello.

L’ictus colpisce anche i giovani, quali sono le principali cause?

Tra le principali cause di ictus giovanile vi sono: la dissecazione, che può essere geneticamente determinata o postraumatica, malformazioni come l’angioma cerebrale, una predisposizione ad alcune patologie della coagulazione, elevati tassi di omocisteina (che se ne siamo a conoscenza può essere abbassata) e stili di vita errati. L’abuso di droghe e alcol è sicuramente deleterio. Ad esempio l’assunzione eccessiva di cocaina o di altre sostanze stupefacenti provoca degli spasmi continui delle arterie del cervello e se facessimo una risonanza ad un cocainomane si noterebbero tanti micro infarti del cervello che sono passati senza sintomi finchè non se ne forma uno che porterà invece a gravi danni permanenti. La rottura di aneurismi è invece la causa più frequente di un’emorragia cerebrale.

Quali sono i primi sintomi dell’ictus e come riconoscerlo?

I sintomi più frequenti, in base alla parte del cervello colpita, possono essere:

- Paralisi o debolezza a livello di mano, braccio e/o gamba, che interessano lo stesso lato del corpo
- Insensibilità alla parte inferiore del viso
- Difficoltà ad esprimersi
- Difficoltà a comprendere semplici frasi
- Perdita di visione in una metà del campo visivo
- Disturbi dell’equilibrio e mancanza di coordinazione
- Formicolii intensi e continuativi, sempre nello stesso punto

Solo nell'emorragia cerebrale c'è spesso un violento mal di testa come sintomo d’esordio.

Cosa fare in caso di ictus?

L’ictus rappresenta un’emergenza e se si presentano uno o più sintomi va evitato qualsiasi ritardo o atteggiamento attendista che potrebbe rivelarsi deleterio. E’ importante recarsi subito in ospedale, meglio se dotato di una Stroke Unit (un sistema organizzativo che permette di intervenire tempestivamente) perché più tempo passa dall’esordio dei sintomi più aumenta il rischio di avere conseguenze permanenti. Una volta effettuata una Tac sarà possibile innanzitutto distinguere tra ictus emorragico e ictus ischemico per decidere il trattamento più appropriato.

In caso di ischemia esistono due interventi che se fatti entro le primissime ore hanno un’elevata possibilità di successo e riducono fortemente il rischio di disabilità permanente.

La trombolisi è una terapia che se fatta entro 4/5 ore dall’esordio dei primi sintomi può rivelarsi molto efficace, sciogliendo il coagulo o l’embolo che si è andato a formare si ripristina la circolazione sanguigna che permetterà il recupero di tutti quei neuroni non ancora distrutti.  

Laddove la trombolisi fallisse ma nella tac si vedesse chiaramente il punto di ostruzione, entro 6 ore dall’esordio dei sintomi, si può provare a fare con l’aiuto di una sonda una disostruzione meccanica che distrugge l’embolo che ha chiuso l’arteria. Due ottime metodiche di intervento se fatte tempestivamente.

Benedetta de Mattei