"Israele è odio e morte". Cinque parole scritte in una conversazione privata su Instagram, sufficienti a far partire un’indagine, una perquisizione della Digos e il sequestro di computer e cellulari. Ma non a portare a un processo. Si è concluso infatti con l’archiviazione il procedimento penale che vedeva coinvolti due riminesi, Teresa Grandi, 24 anni, e suo padre Giovanni, 55 anni, da tempo impegnato nel mondo del volontariato e delle iniziative umanitarie nelle zone di conflitto.
La vicenda risale all’ottobre 2023 e nasce da una storia pubblicata su Instagram da Marco Carrai, console onorario di Israele per Toscana, Emilia-Romagna e Lombardia. Nel contenuto condiviso sui social compariva il messaggio "Israele è libertà, non apartheid". Teresa Grandi aveva risposto direttamente e privatamente alla storia con cinque parole: "Israele è odio e morte". Il messaggio era partito dal profilo della giovane, ma utilizzando un dispositivo riconducibile al padre. Da qui il coinvolgimento nell’inchiesta anche di Giovanni Grandi, che aveva peraltro dichiarato di condividere il pensiero espresso dalla figlia.
La Procura di Firenze aveva aperto un fascicolo e le contestazioni formulate nei confronti dei due riminesi erano pesanti: minaccia, diffamazione aggravata e istigazione all’odio razziale. Nel corso delle indagini la Digos aveva perquisito padre e figlia, procedendo anche al sequestro di computer, telefoni cellulari e altri dispositivi elettronici.
A difenderli sono stati gli avvocati riminesi Maurizio e Martina Ghinelli, che hanno presentato due memorie contestando punto per punto le ipotesi formulate nell’indagine. Uno degli elementi centrali è stato proprio il carattere privato della comunicazione. La frase non era stata pubblicata come post o commento visibile a tutti, ma inviata direttamente a Carrai attraverso la risposta a una storia Instagram. Il cuore della vicenda riguardava inoltre, sempre per la difesa, il confine tra critica allo Stato di Israele e antisemitismo. La frase della giovane era rivolta alle politiche dello Stato e del governo israeliano e non agli ebrei come popolo o comunità religiosa. Una critica politica estremamente dura, dunque, ma non un attacco fondato sull’appartenenza etnica o religiosa.
Il gip ha infine disposto l’archiviazione del procedimento. Una conclusione accolta con soddisfazione dai legali di padre e figlia. "Il dissenso politico, anche se espresso con toni aspri, non può essere criminalizzato".