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La spirale della crisi del Golfo: sulla Treccani l'approfondimento di Michele Chiaruzzi

Il Direttore del Centro di Ricerca per le Relazioni Internazionali interviene sulla tensione Stati Uniti Iran

26 lug 2019
@treccani.it
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Sulla Treccani torna l'approfondimento di Michele Chiaruzzi, in un pezzo sugli scenari che si sviluppano all'acuirsi della contrapposizione tra Usa e Iran.  Di seguito il servizio:

"Nella crisi del Golfo, provocata dal confronto diretto tra Stati Uniti e Iran, il profilo militare sta assumendo un contorno sempre più definito e sempre più pressante. È una tensione da tempo latente, acuita dalla decisione solitaria del presidente Trump di ripudiare il noto accordo nucleare e imporre robuste sanzioni all’Iran. Il ritorno delle truppe da combattimento americane in Arabia Saudita è l’immagine più plastica del tono scelto per questo confronto. Incarna uno schieramento di forze armate che aggiunge ulteriore profondità alla crisi in corso. Gli atti ostili si ripetono ormai su più fronti e a tratti hanno già assunto la tipica dinamica a spirale, per cui ad azione corrisponde reazione, ad un attacco la rappresaglia. Dalle navi iraniane bloccate in Brasile, a quelle assaltate a Gibilterra e quindi nel Golfo, ai reciproci abbattimenti di droni, il fronte di confronto si dilata e le potenze direttamente coinvolte aumentano. Il caso del Regno Unito è esemplare, passato repentinamente dal ruolo di sostenitore dell’accordo nucleare a quello di attaccante a Gibilterra e poi, a sua volta, attaccato nel Golfo. È una condotta, tra le altre, che disorienta e pone domande. Come si spiega tale condotta, appunto destinata a suscitare una scontata rappresaglia? Perché una potenza che fonda la propria esistenza sulla libertà dei mari ha contribuito a creare le condizioni destinate a porre quella libertà in pericolo? Come potrebbe la flotta del Regno Unito proteggere tutte le navi, in teoria ora a rischio sistematico? Come va intesa la richiesta britannica di costituire oggi, a qualche mese dallo scadere di Brexit, una forza comune europea per garantire la sicurezza marittima? Non si danno risposte se non le si conosce, ma, osservando da vari angoli questo rebus della crisi, viene a mente il tipico caso d’intrappolamento che si può produrre nelle alleanze. Si verifica quando un alleato rischia di essere coinvolto, anche contro la sua volontà, in una guerra provocata dall’altro con le proprie decisioni. È allora che si può parlare davvero di alleati ma rivali; quando, cioè, le decisioni particolari determinano una condizione d’insicurezza collettiva dalla quale, in realtà, dovrebbero invece proteggere. La politica di «massima pressione» decisa in solitudine dal governo americano nei confronti dell’Iran ha molti difetti. Allo stato attuale, uno di questi è l’ambiguità. Tale, latente, ambiguità è riassumibile nella domanda: qual è il punto massimo di pressione prima dell’esplosione? In fisica lo si può sapere in anticipo, ma in politica lo si capisce solo dopo. Questo è un problema, perlomeno per chi si preoccupa degli effetti possibili di tale, eventuale, pressione. Si può ritenere irresponsabile speculare sulla guerra e sulla pace senza considerare questo rischio e, soprattutto, trascurando il rischio dei propri calcoli, in politica quasi sempre smentiti dai fatti. Questa crisi del Golfo è altamente imponderabile per vari motivi, ma anche perché non è chiaro, almeno a chi scrive, se i suoi iniziatori abbiano del tutto considerato, e tuttora considerino, la capitale osservazione di Clausewitz: il nemico è intelligente. Nessuno, in realtà, sembra avere un limpido disegno strategico, per quanto approssimativo, e l’eccesso di sicurezza gioca sempre brutti scherzi. Non è chiaro neppure se sia consolidato, nell’amministrazione americana, un ragionevole bilancio della sequenza degli interventi militari compiuti nell’ultimo quindicennio in Medio Oriente. Se così fosse, il calcolo degli errori compiuti sarebbe complicato. Resta il fatto che tra i principali protagonisti le linee politiche sembrano divaricarsi invece di convergere; se si sa, però, che le parallele non possono incontrarsi, tanto meno le divergenti. Intanto nel Golfo gli eventi s’accavallano, in modo più o meno controllato, passando da punto in punto sull’immaginaria scala verso l’ipotetica «massima» pressione. La quale pressione, però, ora aumenta in generale per tutti anche a causa delle contropressioni e dell’inerzia della crisi. Ciò andrebbe considerato. In fondo un problema essenziale della crisi del Golfo è nella sua natura bicefala. Non si tratta solo del punto di rottura della tormentata vicenda dell’accordo nucleare, a ben vedere un pretesto come un altro. La crisi catalizza, piuttosto, i sensazionali problemi di almeno altre due guerre logoranti nelle quali, su fronti contrapposti, si combattono Iran e Stati Uniti e alcuni dei loro alleati: la guerra dello Yemen e la guerra siriana. Su quale scacchiere, dunque, si può risolvere la crisi del Golfo? È una crisi che, a livello regionale, certifica la disputa sulla ridefinizione delle sfere d’influenza e il problema dei convulsi riallineamenti strategici in atto in Medio Oriente, in realtà affatto lineari. È una crisi che finora smentisce l’idea che tali enormi questioni si possano risolvere con mere imprese belliche, con le guerre devastanti in corso da anni su vari fronti che nulla hanno risolto. La crisi ricorda invece, più che altro, un fatto concreto: se la politica non soffoca la guerra, rischia di esserne soffocata. Ora, se la portata del problema è complessa, occorre risolverne la complessità cominciando a districarne le parti e non aumentandone l’intreccio. Il «tutto e subito» è un atteggiamento infantile e, in politica, pericoloso. Se oggi la questione nucleare può apparire solo un pretesto per tentare di regolare, una volta per tutte, conti che non tornano più, o non tornano ancora, allora ciò non rassicura ma preoccupa; perché, diceva Thomas Hobbes, senza pretesto non accade nessuna guerra"