Logo San Marino RTV

Scaramella: false accuse a Selva sul traffico di uranio

11 gen 2007
Mario Scaramella
Mario Scaramella
Scaramella – secondo l’agenzia Ansa - in una deposizione, ad organi di polizia giudiziaria italiani, avrebbe accusato Alvaro Selva di essere coinvolto nel traffico di uranio che lo stesso ex consulente della commissione Mitrokhin denunciò in contemporanea, nel giugno 2005, alla Gendarmeria di San Marino e alla questura di Rimini. Nell’esposto e nella successiva integrazione presentata a San Marino il nome di Selva, non compare mai.
Gendarmeria, questura di Rimini e procura di Bologna, sarebbero convinti che non ci fu mai alcun traffico di uranio ed anche che Scaramella abbia costruito l’ennesimo castello, mescolando mezze verità a bugie, nel tentativo di accreditarsi.
In questo turbillion, vennero coinvolti anche quattro ignari riminesi: Giorgio Gregoretti, ex bancario convinto di aver detenuto per un mese una valigetta con quattro barre di uranio da due chili e mezzo ciascuna; l’ex imprenditore Giovanni Guidi, Elmo Olivieri, tecnico di una ditta meccanica e Giuseppe Genghini. All’epoca dei fatti, uno dei riminesi indagati, di fronte al Pm Gengarelli, affermò che il traffico avrebbe goduto della copertura dei servizi segreti. Ma la circostanza non trovò conferme.
Come non trovò alcuna conferma che i venditori fossero ex agenti del Kgb e il potenziale acquirente, una multinazionale svizzera. L’inchiesta venne trasferita dalla procura di Rimini a quella di Bologna.
E Scaramella, da persona informata dei fatti è diventato, a fine 2006, un indagato, con l’accusa di falsa dichiarazione e calunnia. Di fronte al pm bolognese, Paolo Giovagnoli, recatosi a Roma per interrogarlo in carcere sulle accuse ad Alvaro Selva, Scaramella si è avvalso della facoltà di non rispondere.
L’avvocato Sergio Rastrelli, difensore dell’ex consulente della commissione mitrokhin, ci ha riferito che Mario Scaramella – a cui è stata negata anche la scarcerazione - ha scelto per ora la linea del silenzio, perché non è stato messo nella condizione di conoscere gli atti e quindi di contestare le accuse che gli sono rivolte.