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Accordo Ue, Comunità e Territorio San Marino: il punto non è aprirsi: il punto è quanto decideremo ancora da soli

21 apr 2026
Accordo Ue, Comunità e Territorio San Marino: il punto non è aprirsi: il punto è quanto decideremo ancora da soli

Si continua a sostenere che l’Accordo di Associazione con l’Unione Europea sia ampiamente condiviso nel Paese. Ma proprio per questo, su un passaggio di questa portata, sarebbe naturale misurare quel consenso fino in fondo. Più si dice che il Paese è convinto, più diventa necessario verificare quanto quel consenso sia reale, informato e consapevole. Nel confronto pubblico è stata presentata una linea molto chiara, l’Associazione migliorerebbe concretamente la vita quotidiana dei sammarinesi. Più diritti, più mobilità, più opportunità, più integrazione. Un racconto semplice, efficace, rassicurante. San Marino, prima di tutto, non parte da zero. I rapporti con l’Unione Europea esistono già, sono strutturati e funzionanti. Negli anni si è costruita una relazione fatta di accordi, cooperazione e recepimenti selettivi. Il problema, quindi, non è “entrare in Europa”, come se oggi fossimo fuori da tutto, ma è capire se con questo Accordo si stia passando da un rapporto flessibile a un sistema di adeguamento più stabile, continuo e difficilmente reversibile. Anche il tema dell’equivalenza va riguardato. L’Accordo apre una partecipazione economica al mercato interno, non una partecipazione politica alle istituzioni europee. San Marino non entra nei luoghi in cui quelle regole vengono formate. Quanto margine reale resta a un piccolo Stato quando le norme si decidono altrove e qui devono essere applicate? C’è poi un secondo punto che nel dibattito pubblico viene spesso alleggerito troppo, molti dei benefici richiamati non risultano automatici e, in alcuni casi, non appaiono nemmeno del tutto nuovi. Sul piano doganale non emerge una svolta sostanziale del regime attuale. Sul piano fiscale non emerge l’ingresso nel sistema IVA europeo. Sul piano dello status internazionale, San Marino resta un Paese terzo e non entra nelle istituzioni decisionali dell’Unione. Lo stesso vale per lavoro, qualifiche, pensioni, studio e sanità. Presentare il quadro come se “non cambiasse praticamente nulla”, ma solo in meglio, è una lettura che richiede prudenza. L’apertura del mercato può aumentare la pressione competitiva interna. Il coordinamento previdenziale tutela i contributi, ma non equivale automaticamente a pensioni più alte. Sul fronte dell’istruzione, Erasmus non appare come un beneficio nuovo e esclusivo introdotto dall’Accordo. E sul piano sanitario, dal testo non emerge un accesso automatico generalizzato alle cure, ma un coordinamento tra sistemi, con procedure, autorizzazioni e costi di adeguamento. Ed è qui che il tema smette di essere tecnico e diventa politico. Perché il rischio vero non è la cooperazione con l’Europa, che già esiste. Il rischio è che, dietro un racconto rassicurante, si consolidi un meccanismo nel quale le regole cambiano fuori e San Marino sia chiamato ad adeguarsi dentro, con una responsabilità politica interna sempre più debole quando le decisioni diventano scomode. Per un Paese come il nostro questo non è un dettaglio. San Marino ha sempre difeso la propria dignità istituzionale anche nei rapporti con realtà molto più grandi. Proprio per questo, oggi, non può permettersi di confondere la cooperazione con un progressivo restringimento della propria autonomia decisionale. Prima di dare per acquisito il consenso del Paese, allora, serve un passaggio più serio, leggere il testo, chiarire cosa cambia davvero, distinguere ciò che è concreto da ciò che è soltanto eventuale, e dare ai cittadini gli strumenti per capire fino in fondo. Perché su un Accordo di questa portata le rassicurazioni non bastano più. Serve una legittimazione democratica vera, chiara e consapevole.

c.s.
Maurizio Tamagnini/Fondatore Comunità e Territorio San Marino






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