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Il consigliere di Rete Nicolini scrive all'Ing. Grandoni

30 mag 2019
Il consigliere di Rete Nicolini scrive all'Ing. Grandoni

Egregio ingegner Grandoni,

sono dipendente del CIS da vent’anni ma, durante la sua gestione – che mi pare d’aver capito Lei consideri giunta al capolinea – sono stato tenuto molto lontano dai posti “di comando” quindi, da ultimo dei suoi subalterni, non so se leggerà quanto da me a Lei diretto in questa missiva. Ho perfino l’ardire di cominciare con un richiamo storico. A metà degli anni ’60 Coney Island, la parte sudoccidentale di Brooklyn, conobbe la crisi vera ed i parchi di divertimento che accoglievano milioni di persone persero il loro appeal tutto d’un tratto: i visitatori si ridussero drasticamente, fino a sparire totalmente. In brevissimo tempo, la più importante area per famiglie della costa orientale si trasformò in zona di spaccio e di scontri tra gang, centro di degrado e di violenza. Le leggendarie montagne russe in legno e tutte le giostre cedettero all’incuria e i negozianti rimasti dovettero prepararsi alle visite di rapinatori più che di clienti. Negli anni precedenti, con la vista annebbiata da un concorrere di benessere e vitalità, nessuno aveva scorto i segnali di una crisi incipiente che in realtà appariva chiarissima. Questo per un meccanismo mentale che si innesta nella testa di chi abbia investito tutto se stesso – soldi, energie, famiglia e anima – in un’attività che l’abbia totalmente assorbito. Lo stesso processo ha fatto sì che noi dipendenti, gentile Ingegnere, ascoltassimo con fiducia le parole del direttore Guidi mentre egli ci arringava su come molti “macchinassero” contro l’Istituto, su come la solidità della banca fosse inscalfibile, su come fossero ineccepibili le scelte aziendali. Le nostre potevano essere solo supposizioni, perché la gestione del CIS era intesa come questione personale da parte del Direttore, con un minimo contributo di pochi fedelissimi; piccoli segnali, comunque, c’erano, ma noi non li abbiamo voluti vedere. Leggo dalla sua lettera aperta a tutti noi cittadini, nella quale accusa un disagio per aver subito vari attacchi mediatici – cosa per cui sinceramente mi dispiaccio – dell’accordo raggiunto con un non meglio precisato “operatore europeo” che dovrebbe garantire depositi e posti di lavoro. Oltre ad essere dipendente del CIS, sono un consigliere di opposizione, come forse saprà, quindi non posso esimermi dal formulare quegli interrogativi che la sua lettera lascia aperti. Con “accordo” molti hanno sottinteso una vendita dell’Istituto, ma non sembra che il Commissario Straordinario abbia avallato un’operazione del genere, fermo restando che – come accenna Lei stesso al termine della frase, pur se enigmaticamente – l’alienazione di un soggetto vigilato necessiti della preventiva approvazione di Banca Centrale. Quindi mi permetta, Ingegnere, ma mi pare che i tempi non siano ancora maturi perché Lei si possa considerare esautorato da ogni impegno e responsabilità concernente il CIS. Credo vi sia qualcosa che Lei dovrà dimostrare, prima che ciò avvenga: ad esempio, potrebbe dire se siamo arrivati a questo punto solo per una congiuntura sfavorevole oppure anche a causa di una gestione a tratti scellerata, come da qualcuno sostenuto. Se la gestione da Lei caldeggiata non abbia responsabilità sui numeri piuttosto allarmanti di crediti concessi allegramente, per dirla in maniera tenera rispetto ai termini usati da altri. Se siano solo menzogne quelle sostenute da alcune parti politiche e sociali circa il credito d’imposta in buona parte preteso per appianare le perdite di Banca Partner, avvenute ben prima dell’acquisizione di Banca CIS. Personalmente non posso e non voglio credere che Lei si consideri affrancato dagli impegni con l’Istituto; non mentre centinaia di correntisti non sanno quando potranno rientrare nella disponibilità dei loro risparmi e mentre comincia la cassa integrazione per impiegati che hanno investito venti, trent’anni e le loro stesse vite nel Credito Industriale Sammarinese. Un umorista britannico sosteneva che i banchieri prestino l’ombrello col sole, chiedendone la restituzione quando comincia a piovere. Beh, Ingegnere, qui sta diluviando e pare che gli ombrelli siano tutti spariti.

Marco Nicolini – Consigliere Movimento RETE