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"L’utopia necessaria della società senza carcere", l'intervento di Giuseppe Maria Morganti al Congresso di Nessuno tocchi Caino

21 dic 2019
"L’utopia necessaria della società senza carcere", l'intervento di Giuseppe Maria Morganti al Congresso di Nessuno tocchi Caino

Può la limitazione della libertà contribuire a riformare la vita di una persona? Questo è l’interrogativo che si sta ponendo la comunità sammarinese proprio nel momento in cui si trova a decidere se costruire un nuovo carcere, dove i diritti fondamentali siano maggiormente garantiti, oppure elaborare un programma che preveda l’applicazione di misure alternative alla detenzione che ovviamente estendano i provvedimenti già in essere per i reati così detti minori. L’obiettivo di uno Stato senza carcere prevede l’attivazione di politiche che richiedono investimenti in posti di lavoro, istruzione, alloggi, assistenza psicologica e sanitaria, tutti elementi indispensabili in una normale società che intende liberarsi dalla violenza. La domanda iniziale a questo punto assume una dimensione più ampia: come può una comunità definire i parametri dell’inclusione fino al punto di riuscire a tenere in equilibrio rapporti complessi? Ogni forma di devianza rispetto a ciò che comunemente viene identificato come accettabile pone interrogativi e richiede risposte specifiche da parte della società. Siano queste infrastrutturali legate agli spazi fisici o all’abbattimento delle barriere, ma anche in termini di implementazione dei servizi e della loro stessa capacità inclusiva. Si pensi alla scuola per esempio e alla trasformazione necessaria dei propri obiettivi che spostano l’attenzione dalla antica trasmissione delle nozioni al più moderno sviluppo delle competenze. Ognuno è diverso e in questa sua diversità trova nei servizi la possibilità non solo di essere accolto, ma anche di essere coadiuvato nel percorso di manifestazione delle proprie capacità e nel potenziamento delle proprie competenze. Come si può facilmente notare questo modo di porsi della società può essere applicato a chiunque in egual misura, ma con parametri differenti, ed è proprio questa differenza che consente alla società di esprimere uno dei valori fondamentali della democrazia: l’equità. Appare quindi sempre più evidente che lavorare per uno Stato senza carcere, significa lavorare per una società migliore per tutti, con un grande obiettivo: quello per cui i motivi stessi che portano al reato vengano rimossi. Naturalmente si tratta di un’utopia, sono infatti veramente infinite le variabili che possono indurre a trasgredire i canoni di una civile convivenza fino a provocare danni alla vita e alla libertà degli altri. Ma cambiando il punto di vista e ricadendo nella semplificazione la nostra società ritiene davvero che il carcere rappresenti un deterrente già di per se stesso efficace nell’opporsi al crimine? E’ proprio così? Non pare proprio, non solo il carcere nel 70% dei casi non riabilita, ma di certo non esercita una schermatura efficace rispetto a una molteplicità di reati che vengono commessi perché mossi dalla condizione sociale e dall’ambiente di vita in cui la deterrenza è proprio l’ultimo dei problemi. Come affrontare quindi tale complicato percorso? Innanzitutto possono venirci in aiuto i dati: quelli sui reati commessi ed in particolare quelli che formano il popolo dei detenuti in un determinato periodo storico. La storia infatti è un’ulteriore variabile da considerare in quanto determina condizioni e aspettative sociali che, entrando in conflitto, possono portare alla devianza. Ciò balza immediatamente agli occhi facendo un esempio: analizziamo le serie storiche e vediamo come i protagonisti del nostro esame siano sempre di più extracomunitari. Il tetto del 30% dei detenuti totali è stato ampiamente superato ed è sostenuto da nazionalità specifiche del Maghreb (Marocco e Tunisia in particolare) e Albania. Ma non solo possiamo notare come reati quasi inesistenti solo 50 anni fa come quelli legati alla droga oggi rappresentino più del 30% delle cause di detenzione. Ecco allora facilmente identificato un macrosettore e probabilmente anche le cause che lo determinano. Una buona azione di prevenzione ha da queste semplici informazioni la possibilità di identificare esattamente il campo di intervento ad esempio attraverso norme che riducano la propensione alla trasgressione e, soprattutto eliminino i motivi della diffusione dello spaccio che riflettono esattamente quelli del guadagno. Eliminare il motivo principale della diffusione del consumo e cioè la vera e propria azione di estensione del mercato esercitata dagli spacciatori significa non solo diminuire il numero di chi fa uso di stupefacenti, ma anche estirpare alla radice il reato e quindi assestare un duro colpo ad una delle industrie criminali più fiorenti. E’ chiaro che le politiche di liberalizzazione vanno tenute sotto stretto controllo da parte di una società attiva capace di affrontare la problematica offrendo opportunità, generando interessi, stimolando creatività e limitando, per quanto possibile almeno nel rapporto con i servizi dell’amministrazione pubblica, delusioni. L’esempio della matrice del reato legato agli stupefacenti e del target formato da persone con specifiche nazionalità, non ha la pretesa di essere esaustivo. Vuole solo essere una semplice indicazione per capire come sia possibile affrontare un problema che come ultima conseguenza può ridurre sensibilmente i reati e la presenza di una grande parte di coloro che vengono tradotti in carcere. Si tratta solo di un esempio utile per capire come l’utopia di uno Stato senza carcere possa essere perseguita con efficacia, partendo dall’organizzazione della società. Ecco su questi temi si sta interrogando il mio Stato, la Repubblica di San Marino che ha sì affidato ad un progettista la definizione di un’idea moderna per la detenzione dove l’unico diritto ad essere limitato non può che essere quello della libertà personale, ma che vorrebbe fare di più pensando di estendere l’intervento alla implementazione di azioni sociali in grado di prevenire i reati e comunque rispondere con misure non punitive, ma educative tese alla riabilitazione C’è una frase che vorrei citare di Ruth Wilson Gilmore la donna che si batte da 40 anni per una società senza carcere: “Una società felice non ha il carcere non tanto perché lo ha arbitrariamente chiuso, ma perché non ne ha bisogno”.

c.s. Giuseppe Maria Morganti