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La libertà è per la vita, non per la morte!

26 gen 2020
don Gabriele Mangiarotti
don Gabriele Mangiarotti

In questi giorni mi è capitato di leggere, tra i comunicati stampa della TV di San Marino, la notizia della soddisfazione di un gruppo di persone «per la scelta, condivisa da tutti i partiti di maggioranza, di consentire ad ogni Consigliere la libertà di voto, slegandolo quindi da un indirizzo politico univoco, relativamente ai temi etici e ai diritti civili». Non è difficile scorgere, dietro questo testo, il desiderio di rimettere in discussione il tema della legge sull’aborto, che da tempo ossessiona le menti di alcune persone desiderose di affermare, contro ogni evidenza, che l’uccisione di un bambino nel ventre di una madre costituisce un segno di indiscussa civiltà. Credo che la cosiddetta libertà di voto vada commisurata con quella che si chiama libertà di coscienza, che non può significare arbitrio soggettivo né volontà illimitata, ma chiami in causa quei principi che rendono buona la politica e la convivenza, e che si rifanno alla testimonianza della verità. E qui allora non possiamo che ricordare l’insegnamento del santo Card. Newman, così come il luminoso magistero di papa Benedetto ci ha ricordato: «Nel pensiero moderno, la parola “coscienza” significa che in materia di morale e di religione, la dimensione soggettiva, l’individuo, costituisce l’ultima istanza della decisione. La concezione che Newman ha della coscienza è diametralmente opposta. Per lui “coscienza” significa la capacità di verità dell’uomo: la capacità di riconoscere proprio negli ambiti decisivi della sua esistenza — religione e morale — una verità, “la” verità. La coscienza, la capacità dell’uomo di riconoscere la verità, gli impone con ciò, al tempo stesso, il dovere di incamminarsi verso la verità, di cercarla e di sottomettersi ad essa laddove la incontra. Coscienza è capacità di verità, e obbedienza nei confronti della verità, che si mostra all’uomo che cerca col cuore aperto». In questi giorni, per iniziativa delle Associazioni laicali della nostra Diocesi, abbiamo potuto ascoltare una lezione magisteriale del Magistrato Giacomo Rocchi e della Dott. Giuliana Ruggieri, sul tema della cosiddetta eutanasia, quella morte che solo per una lugubre abitudine chiama «buona». E non vi nascondo la triste sorpresa nell’ascoltare quanto accaduto in questi anni all’inizio di quella trasformazione della mentalità che ha avuto nel caso di Eluana Englaro il suo avvio, e che poi si è ulteriormente sviluppata, nelle sue conseguenze, con Alfie, Charlie, Vincent Lambert, fino a DJ Fabo e Anastasi. Perché è diventato palese che siamo stati testimoni inconsapevoli di un progetto di morte che, seppur rivestito di pietas e compassione, di fatto ha percorso tutti i gradini di un calcolo studiato per trasformare e cancellare la nostra tradizione cristiana e umanistica. Ecco come si sono svolti i fatti e come sono state date le ragioni: «Nel dicembre 1995 Beppino Englaro e sua moglie conoscono Carlo Alberto Defanti, primario neurologo ospedale di Bergamo e presidente di una associazione culturale, la Consulta di bioetica. Dopo il colloquio Defanti telefona a Maurizio Mori, suo amico e gli racconta così l’incontro: “Sono persone capaci di solide convinzioni dotate anche di discreta cultura e forse sono in grado di portare avanti un caso come quello di Nancy Cruzan o Tony Bland.”» E queste considerazioni sono l’evidenza del progetto: «Come Porta Pia è importante non tanto come azione militare quanto come atto simbolico […] così il caso Eluana apre una breccia che pone fine al potere mediatico e religioso sui corpi delle persone e (soprattutto) alla concezione sacrale della vita umana. Sospendere l’alimentazione e l’idratazione artificiali implica abbattere una concezione dell’umanità e cambiare l’idea di vita e di morte ricevuta dalla tradizione millenaria che affonda le radici nell’ippocratismo e anche prima nella visione dell’Homo religiosus, per affermare una nuova da costruire.» [M. Mori, Il caso Eluana Englaro, Pendragòn, Bologna 2008.] Bene, sappiamo di che cosa si tratta, e non vogliamo rinunciare a tutto ciò che costituisce il nostro più grande patrimonio, quello sguardo all’umano che ci fa amare ogni uomo in ogni situazione, che ci fa muovere per prenderci cura di ogni situazione di bisogno, di dolore e di solitudine, che ci fa fieri di quella «antica libertà» che non vuole né può lasciare indietro nessuno, perché il «miglior interesse» di ogni uomo è quello di essere amato e di avere sul proprio cammino uomini e donne che abbiano cura e com-passione di loro.