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Paneuropa San Marino, "Elezioni 2019: manuale di sopravvivenza per sammarinesi stanchi..."

29 nov 2019
Paneuropa San Marino, "Elezioni 2019: manuale di sopravvivenza per sammarinesi stanchi..."

… e così San Marino torna alle urne… Un rituale indispensabile ed anticipato, che questa volta sa di emergenza nazionale. Trovare in sé stessi la forza per non far sciogliere questa antica comunità nella gora della crisi finanziaria, con lo spettro della Grecia davanti, un monte di debiti addosso e mille speranze alle spalle. Ed è un’occasione per parlarsi chiaro. Soprattutto per chi non intende fare mera propaganda elettorale.
La legislatura che è malamente finita ci ha insegnato che esiste un nuovo che avanza del tutto inutilmente. Ci siamo rapidamente vaccinati rispetto alla retorica delle facce nuove. E ai “gggiovani” di ieri e di oggi rivolgiamo l’augurio di don Benedetto Croce: che possano invecchiare, e diventare se non saggi almeno avveduti. Nuove sigle, nuovi slogan, nuove alleanze “trasversali” - questa pare essere la moda del momento – a fronte di vecchissime rincorse al potere…
È il tempo di tornare ai fondamentali, alla nostra identità profonda ed alla visione del futuro che ad essa può ispirarsi. Ai motivi per cui, tutto sommato, San Marino non merita (forse non per molto) di tornare ad essere un protettorato altrui.

Primo. Nel dibattito politico sammarinese non esiste nessuna parola più impiegata di “Cittadinanza”: eredità della Comunità antica che ben rammenta come l’esserne parte sia stata a lungo la massima onorificenza concessaci. Un uso che nel tempo è diventato abuso, stiracchiamento del concetto da tutte le parti, per tutti gli usi. Svuotandolo e banalizzandolo. Diffidare prima di tutto dagli aggettivi: quando la Cittadinanza ci viene venduta come “cittadinanza + qualcosa” funziona come la “democrazia socialista”: l’aggettivo perverte e nega il sostantivo.
Perché non esiste Cittadinanza concreta senza Cittadini. Il resto è affabulazione ideologica. E una Comunità che non sappia prendersi cura dei propri membri, e soprattutto dei più fragili e deboli, uccide il proprio futuro e si consegna all’oblio.
Il primo diritto del Cittadino è il Diritto alla Vita. Scaricare sugli ultimi la crisi economica, gli egoismi diffusi, le paure personali e collettive, i fallimenti dello Stato è il segno drammatico della malattia mortale di una Comunità. Inventare contrapposizioni fra pubblico e privato, fra deboli e deboli, fra madri e non nati, fra handicappati e poveri, fra anziani soli ed emarginati e schiavi di sostanze crea lo scivolo inclinato verso la totale disumanità di una globalizzazione in cui tutto è ridotto a mercato e solo i ricchi scelgono. E va ripetuto con forza, senza stancarsi mai, che non esiste alcun diritto soggettivo alla distruzione della vita altrui: la Comunità si salva tutta assieme, senza lasciare indietro nessuno, o si suicida. Un rischio che non si ferma alle frontiere di San Marino.
Secondo. Il Cittadino concreto non nasce in un ufficio pubblico ma in una Famiglia. E la Famiglia è il grande assente dalla progettualità politica di larga parte delle coalizioni in corsa. Uno Stato che investe nel futuro non si illude di sostituirsi alla Famiglia nell’educazione, nella cura delle generazioni, nella trasmissione dei valori e dell’identità comunitaria. Questo Stato ascolta ed aiuta la Famiglia e gli altri corpi intermedi della società, e riesce a superare la tentazione infantile e totalizzante dello statalismo.
Esiste infatti uno statalismo che uccide. La nostra Repubblica lo sa perfettamente, patendolo sulla propria carne.
Lo statalismo fa male perché ha consegnato la Comunità sammarinese a quell’economia apolide e senza dignità che ha saccheggiato le risorse di intere generazioni per poi andarsene: come ci ricorda Papa Francesco, proprio quell’economia che uccide. Le nostre classi dirigenti sono state del tutto incapaci di difenderci dalla morsa del debito scaricato sulle spalle delle generazioni future; il perché è oramai ininfluente. A San Marino, come ovunque nel mondo, o la politica è capace di gestire l’economia e la finanza, o ne diventa il cameriere; e purtroppo la nostra Repubblica non ha ancora imparato molto dalla saggezza di Piccoli Stati come l’Islanda.
Terzo. Da inveterati europeisti, dobbiamo gridarlo: facciamola finita di prendere a pretesto l’Europa per continuare ad appesantire sempre più un gravame burocratico e normativo di stampo post-sovietico che sta uccidendo il nostro fertile associazionismo e la nostra impresa: l’Europa Unita ha molti difetti, ma non quello di voler rendere le società europee un deserto. In tal modo scarichiamo altrove responsabilità tutte nostre. Perché l’Europa siamo noi, che non sappiamo cosa dire quando ci viene chiesto come vogliamo essere, e quando, Sammarinesi in una rinnovata Europa Unita.
Siamo delusi, siamo arrabbiati. E abbiamo tutte le ragioni. L’8 dicembre facciamo uno sforzo ed usiamo bene la nostra delusione e la nostra rabbia: anziché prender per buoni gli slogan o (peggio) ragionare per scuderie, pensiamo a chi ci ha messo la faccia, chi ha avuto coraggio di difendere vita, famiglia, associazionismo, libertà concrete, chi ha dimostrato veramente di esser libero dal nuovo totalitarismo del “politicamente corretto” e non si vergogna delle radici secolari della Res Publica Sancti Marini, chi non vuol farci soffocare nella miseria con cui generosamente la finanza speculativa sta distruggendo interi popoli, europei e non.
Scegliamo uomini e donne veri, al di là delle chiacchiere.

Comunicato stampa
La Fondazione Paneuropea Sammarinese