GIUDIZIARIA

Conto Mazzini, difese alla riscossa: "Fatti, non etichette"

Oggi è toccato alle difese di Moretti, Menicucci e Marcucci

Per l'avvocato Moreno Maresi è un ritorno alla professione, dopo i lunghi mesi di ricovero e lo ha fatto presente con emozione, nella sala Montelupo di Domagnano dove l'appello del Mazzini prosegue proprio in osservanza delle misure anti-covid. Insieme al legale sammarinese Alfredo Nicolini difende l'architetto Luigi Moretti “che deve difendersi nel processo e non dal processo” dice Maresi, riferendosi alla serie di circostanze emerse dopo la sentenza (che ha condannato a sei anni il suo assistito) che avrebbero “messo in luce un contesto irregolare e l'assenza dell'imparzialità e terzietà del giudice“.
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Ed insiste su uno degli argomenti forti delle motivazioni d'appello, l'indeterminatezza del capo d'imputazione, per sottolineare come il procedimento non abbia evidenziato condotte quanto piuttosto appiccicato etichette, acriticamente ereditate dalla sentenza. Ed è “sul marchio sostenuto sul nulla di collettore di tangenti o compagno d'affari che insiste. Si è presa la scorciatoia del testo linguistico dimenticando la prova e senza accertamento dei fatti”, spiegano. Sull'associazione a delinquere, sulla mancanza di una organizzazione reale, con distribuzione di ruoli e soprattutto con una sua durata, nel pomeriggio hanno proseguito le difese di Pier Marino Menicucci, affidata all'avv Maria Selva e all'avv Maurizio Simoncini, che ha anche quella di Gian Marco Marcucci. “Nella sentenza non ho rinvenuto una condotta specifica a parte una telefonata con Roberti, riferibile a Menicucci e non sono nemmeno identificati i reati scopo ai quali comunque non ha partecipato", spiega la Selva.

Sul riciclaggio ripercorre le cronologie significative delle condotte contestate, spiega come il suo assistito non abbia mai movimentato un libretto della galassia Mazzini ed i toni si fanno accorati quando si parla dell'immobile al World Trade Center, perché dice Maria Selva “a dimostrazione della liceità dell'operazione abbiamo sottoposto documentazione senza essere ascoltati a tre giudici di questa Repubblica”.   

L'avvocato Maurizio Simoncini punta il dito sul conto Mazzini, processo in cui le fasi a garanzia della terzietà si sono fuse e confuse, si associa alla richiesta di nullità della fase istruttoria e della sentenza, fornisce la sua chiave interpretativa di un procedimento nel corso del quale l'unica via per perseguire quei fatti non poteva essere che il riciclaggio, dal momento che i reati presupposti erano prescritti, “peccato che-  spiega i legale - la fattispecie di antiriciclaggio non poteva essere contestata in quel caso e comunque non potrebbe essere punibile oggi. E sottolinea, l'avvocato Maurizio Simoncini, che la mancanza di un qualsiasi rapporto evidente tra Marcucci e Finrpject venne confermato nel coro dell'interrogatorio dallo stesso Cherubini.

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