Polina (Natalie Portman) è una gallerista in difficoltà ai limiti di una crisi di nervi causa il sistema dell'arte contemporanea: specchio deformante della realtà. Gallerie, esposizioni, e mercato dell'arte contemporanea che guardano al modernità ma senza storia. Una mondo di relazioni prigioniero del superfluo piegato alla saga delle vanità di chi vende e compra senza scrupoli (si può mercificare un cadavere mettendolo all'asta? Mummificazione dell'opera creativa!?). Superficiale e per nulla culturale. Polonsky da gallerista deve tener conto dei nuovi media: social e influencer possono cambiare il destino degli artisti e di chi li promuove. È il caso di una vera artista trasformata in brand. Il dominio maschile esiste ancora pure negli States come dato di fatto. Rimane l'interpretazione di denuncia della Portman sempre impegnata politicamente (vedi l'esternazione sull'ICE durante la presentazione del film). Oggi si direbbe basta un post o una storia (non la parola) per cambiare il prezzo e distruggere una persona: un tempo, però, il critico era vero, sapeva e giudicava davvero.