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Giochi del Titano, un’altra vicenda di abusi e prepotenza

18 nov 2012
Giochi del Titano, un’altra vicenda di abusi e prepotenza
Giochi del Titano, un’altra vicenda di abusi e prepotenza
A una lavoratrice, dopo aver subito varie ingiustizie da parte dell’azienda, viene impedito di lavorare. Non è più fisicamente idonea alla mansione precedentemente svolta, ma ha i requisiti professionali per ricoprire altri ruoli nell’azienda. La direzione aziendale continua a non volerle riconoscere i suoi diritti. Dopo lo scandalo delle telecamere per spiare i dipendenti, poniamo all’attenzione pubblica un’altra vicenda di cui è vittima una dipendente della Giochi del Titano, impiegata come hostess di sala. Con l’ingresso dell’attuale dirigenza, sono state modificate in modo peggiorativo le condizioni di lavoro, eliminando le pause di riposo tra una giocata e l’altra; pause fino ad allora previste per consentire agli operatori di scaricare parte delle fatiche accumulate nelle lunghe permanenze in piedi. Per effetto del maggiore affaticamento, la lavoratrice è stata colpita da una patologia alla colonna vertebrale. Le è stata diagnosticata dal medico aziendale una parziale inidoneità alla mansione. Rivoltasi al medico pubblico, come previsto dalle norme, lo stesso l’ha invece giudicata idonea, prescrivendole delle pause periodiche. Quindi, secondo il medico dell’ISS, la lavoratrice poteva continuare, in questo modo, il suo lavoro.
La dipendente ha quindi ripreso la sua mansione, osservando le pause prescritte dal medico, ma si è trovata un’amara sorpresa; i periodi di pausa le sono stati sottratti dalla busta paga. Ne è nata una causa civile in tribunale, tutt’ora in corso, per recuperare quanto ingiustamente sottratto dall’azienda. Si tratta di un comportamento assurdo, non consentito da nessuna normativa vigente, che l’azienda si è inventato di sana pianta, e che non risulta avere nessun precedente! Successivamente è subentrato un peggioramento dello stato fisico della lavoratrice, che ha determinato, questa volta, una inidoneità totale alla mansione di hostess. Inizialmente sospesa dall’azienda, e stando male, è entrata in malattia. La medicina fiscale ha poi interrotto l’erogazione dell’indennità di malattia; pertanto la lavoratrice ha espresso la volontà di rientrare al lavoro, considerando che è dovere dell’azienda, essendo pur sempre una sua dipendente, trovarle una collocazione diversa, per la quale la lavoratrice si è sempre resa disponibile, compatibile con il suo stato di salute, ma le è stato fisicamente impedito di varcare la soglia d’ingresso, ed è stata sospesa senza retribuzione per ben dieci mesi. Un periodo che la lavoratrice ha vissuto in grandissime difficoltà, senza nessun tipo di reddito e con debiti da pagare, tra cui il mutuo per la casa. Si è trattato di una punizione da parte dell’azienda, ma per aver fatto cosa? Una domanda a cui non abbiamo ancora risposte. Passati i dieci mesi di sospensione, la CSU è riuscita a farle accedere all’indennità economica prevista dalla legge sugli ammortizzatori sociali per il periodo di un anno, terminato il quale è previsto il rientro in azienda. La dirigenza pertanto doveva trovarle altre mansioni; invece, proprio nel giorno in cui sarebbe dovuta rientrare, le ha comunicato una nuova sospensione per trenta giorni.
Il comportamento tenuto dall’azienda in tutta questa vicenda è veramente deprecabile e di estrema prepotenza: non ha mai dato nessuna disponibilità a ripristinare i diritti della lavoratrice e a trovarle un’occupazione alternativa. In tal senso la lavoratrice ha anche presentato ricorso alla Ufficio pubblico preposto alla sicurezza sul lavoro, affinché siano fornite indicazioni su una possibile mansione alternativa, compatibile col suo stato
di salute. A rafforzare ulteriormente questa più che legittima richiesta, la lavoratrice ha anche presentato nuovi titoli professionali, acquisiti recentemente, che le consentirebbero di svolgere altre mansioni particolarmente utili all’azienda. Ma anche questa proposta, concreta e fattibile, non è stata per nulla presa in considerazione dall’azienda, che continua imperturbabile nella sua linea di arrogante chiusura.
È fin troppo palese la volontà dell’azienda di non trovare nessuna
soluzione. Anche interpellando il Consiglio di Amministrazione, attraverso il Presidente Ernesto Benedettini, si è reso possibile un solo incontro con la direzione, ed è stato del tutto infruttuoso. In sostanza, la lavoratrice non chiede altro che di lavorare; ha le qualifiche professionali e la piena disponibilità. Perché l’azienda si ostina a rifiutarsi? Ciò è ancor più grave se si pensa che questa azienda per il 75% è dello Stato. Possibile che in una realtà che di fatto fa capo alle istituzioni sammarinesi, che dovrebbero essere baluardo del diritto e della dignità delle persone, si possa tollerare una simile ingiustizia? Il Sindacato, da parte sua continua a profondere il suo impegno per tutelare questa lavoratrice, perché possa vedere il prima possibile riconosciuti i sui legittimi diritti, negati da un’azienda che prosegue nella sua incomprensibile condotta autoritaria e prevaricatrice, senza dimostrare neanche un minimo di umanità.

Comunicato stampa Emanuel Santolini - Funzionario CSdL