L'incubo dei crediti deteriorati

Si chiamano Non Performing Loans e da qualche anno sono l'incubo dei banchieri europei, italiani e della Repubblica di San Marino. Nelle relazioni di fine anno vengono indicati con l'acronimo NPL e rappresentano quei crediti per i quali la riscossione è incerta; finanziamenti quindi che i debitori non sono più in grado di restituire. Una vera ossessione per chi gestisce la banche ma anche per l'intero sistema economico, che paga la minore propensione delle banche a nuovi finanziamenti. Il Fondo Monetario Internazionale ci aveva messo in guardia già in passato. “Attenzione all'elevato stock di attivi deteriorati”, scrivevano gli esperti di Washington già nel 2013. Anno nero per la Repubblica. A quella data la Banca Mondiale metteva il Titano al primo posto nella classifica dei paesi in relazione alle sofferenze bancarie. Con un valore del 42,44 per cento staccava di netto Cipro, con 38,56; la Grecia, con 31,90; il Kazakhstan, con il 31,35. L'Italia, in quella classifica, si fermava al sedicesimo posto, con un 16,54%.
L'invito ad affrontare la questione dei Non Performing Loans, il Fondo Monetario lo ha rinnovato caldamente nel marzo scorso, ricordando l'effetto di freno sulla redditività delle banche e quindi sulla loro capacità di concedere nuovi crediti; dunque un rallentamento allo sviluppo economico. Anche Fitch, l'agenzia internazionale di rating che proprio nelle settimane scorse ha declassato il Titano, metteva in evidenza una perdurante debolezza nel sistema bancario di San Marino e affermava che la percentuale dei crediti in sofferenza, a livello di sistema, nel 2015 è aumentata fino al 46,8% dei prestiti, contro il 43,1 del 2014. Il loro rapporto di copertura - continuava Fitch - è sceso moderatamente al 28,7% dal 31,0%”. I dati trimestrali di Banca Centrale ci dicono che quella percentuale è salita oltre il 52% e che le sofferenze, al 31 dicembre, erano pari a 772 milioni di euro, in crescita costante da marzo, quando ammontavano 729 milioni. Un aumento del 6% in un anno, la bellezza di 43 milioni di euro. La questione va affrontata e va fatto nel più breve tempo possibile. Le soluzioni adottabili sarebbero tre: una imponente ricapitalizzazione complessiva delle banche; la creazione di una bad bank che si faccia carico dei crediti deteriorati, o il ricorso alla cosiddetta “cartolarizzazione”, la cessione cioè dei crediti ad un soggetto terzo, come ad esempio il Fondo Atlante, creato dall'Italia proprio per rispondere a questa esigenza, in grado di acquistare i crediti pagandoli circa il 30-40% del loro valore ma liberando così i bilanci delle banche.
SB

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