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Rimini maglia nera in Romagna

20 set 2013
Rimini maglia nera in Romagna
Rimini maglia nera in Romagna
Con un tasso di disoccupazione del 9,81% nel 2012, Rimini è la maglia nera in Romagna e registra un incremento del 22% sul 2009 e del 18% sul 2011. La provincia di Forlì Cesena si ferma al 7,83% e quella di Ravenna al 6,89%. Se queste due realtà sono pressoché in linea o al di sotto del tasso di disoccupazione nella regione Emilia Romagna (7,3% nel 2012, 7,5% quello atteso nel 2013 secondo Unioncamere/Prometeia), la provincia di Rimini si stacca negativamente e segna una distanza considerevole. Anche le stime (a giugno) sul 2013 non vanno meglio: se il tasso di disoccupazione a Ravenna è previsto all’8,06% e al 9,16% a Forlì Cesena, a Rimini vola all’11,50%.
Sono i dati raccolti dalla Cisl, che sempre di più si muove in un’ottica romagnola (a partire dalla unificazione delle tre Cisl di Ravenna, Rimini e Forlì-Cesena avvenuta lo scorso marzo), molto utile anche per capire le tendenze in atto e raffrontare problematiche e strategie su visioni a più ampio raggio. Confluiranno e saranno presentati integralmente in un convegno che si terrà il prossimo novembre, e diciamo subito che non sono gli unici indicatori d’allarme per il territorio riminese.

Svuotare i bacini di disoccupazione
E’ Massimo Fossati, che riveste il ruolo di segretario della Cisl Romagnola e di responsabile di area nel riminese, ad anticipare a Rimini 2.0 gli scenari coi quali siamo costretti a fare i conti.
“E’ il primo report sulla Romagna che in modo abbastanza completo fornisce una serie di numeri sulla demografia delle imprese, l’occupazione e la ricchezza, consentendo di delineare un quadro d’insieme che dovrebbe essere utile a tutti coloro che sono chiamati alla grossa responsabilità di dover indicare soluzioni per uscire da una crisi davvero preoccupante”, spiega Fossati. E per farci subito comprendere la musica, il segretario della Cisl mette avanti il titolo dello spartito: “Siamo in presenza di una situazione complessiva che necessita assolutamente di scelte urgenti per svuotare i bacini di disoccupazione che si sono creati”. Questa è la priorità. Ma sarà come cercare di svuotare il mare col secchiello?
“Storicamente Rimini evidenzia un tasso di occupazione più basso rispetto al dato regionale, ma negli anni pre crisi c’era stato un recupero di qualche punto che aveva permesso di ridurre le distanze rispetto alle altre province”, analizza Fossati.

E’ allarme per la disoccupazione giovanile e femminile
“La crisi ci ha però pesantemente riportati indietro, a prima del 2008, e se si guarda alla componente femminile e giovanile, i dati sono pessimi per la nostra provincia”. Si, perché l’occupazione femminile è al 40,1% contro il 44% di Forlì e Cesena, il 43% di Ravenna. E la fascia dei giovani (15-29 anni) è quella che sta pagando il prezzo più alto della crisi con cali del tasso di occupazione che variano, come mostrano le tabelle pubblicate qui sotto, dal dato meno negativo di Rimini (comunque molto negativo misurando un -16%) a quello più negativo di Forlì-Cesena (-52%), nel raffronto tra anno corrente e periodo pre crisi (preso a riferimento il 2007).
Sarà un autunno complicato
“Per l’autunno i sentori che abbiamo sono …complicati”. Massimo Fossati usa questo termine, che fa raddrizzare le antenne ma non crea inutili allarmismi. “Non è vero che la crisi sia finita e ad oggi nessuno dovrebbe parlare con cognizione di causa di una vera inversione di tendenza. E’ in atto una trasformazione che sta cancellando tante aziende, l’occupazione non aumenterà nel medio termine e abbiamo la necessità di togliere dalla “assistenza” migliaia e migliaia di lavoratori”. Declina ulteriormente il segretario della Cisl: “Un miliardo di ore di cassa integrazione in questa regione, 9 milioni solo a Rimini, sono un carico insostenibile per il sistema, e quindi dobbiamo trovare subito il modo per costruire quelle leve che possano rimettere in moto l’economia”. Leve che secondo Fossati sono da azionare soprattutto a livello nazionale ed europeo, ma facendo di tutto anche sul piano locale, segnato da debolezze che sono le stesse da molti anni a questa parte e sulle quali anche tutte le istituzioni pubbliche farebbero bene ad aprire gli occhi. “Nella provincia di Rimini le imprese individuali sono il 65%, il 95% di queste hanno meno di 9 dipendenti, sono aziende molto orientate al mercato interno e questo spiega la difficoltà nella quale si trovano ai tempi della crisi”, esemplifica Fossati. Non solo. “Sono aziende sottocapitalizzate, e alle prese col problema del credito la loro situazione si è aggravata. Inoltre non abbiamo nessun centro di ricerca sul territorio, mancano strumenti che possano aiutare anche le imprese sane, spesso lasciate sole e costrette a misurarsi con un mondo bancario che si dimostra poco attento e molto burocratizzato”.
La dinamica della cassa integrazione guadagni in provincia di Rimini è passata da un totale di 288.326 ore autorizzate (ordinaria, straordinaria e in deroga) nel periodo gennaio-luglio 2008, ai 5.121.519 del 2013, con una stima di 46.729 lavoratori coinvolti. Di gran lunga superiore alla provincia di Ravenna (3.608.187) e di poco inferiore a Forlì Cesena (6.118.590).

La Romagna che resiste alla crisi
C’è però anche una Romagna che sta attraversando la crisi senza sbandare. Emerge in modo chiaro dal rapporto della Cisl. Il settore delle coltivazioni e dell’agricoltura, ad esempio, non è in sofferenza e addirittura cresce per numero di occupati del 20% a Ravenna e dell’8% a Forlì Cesena nel confronto fra 2012 e 2007 (pre crisi). Bene anche l’industria alimentare, segno più nella ristorazione sempre dal punto di vista occupazionale: + 13% a Ravenna, + 12% Forlì Cesena, + 16% a Rimini. Tiene il commercio all’ingrosso e cresce quello al dettaglio (+8% a Ravenna, + 6% a Forlì Cesena, + 10% a Rimini, i dati sono sempre per occupazione 2012 su 2007). Cresce dell’11% a Rimini il settore alloggio-alberghiero, mentre perde occupati Ravenna (da 1.373 del 2007 a 979 del 2012) e la restante Romagna.

I settori più colpiti
L’occupazione nel manifatturiero tessile ha solo segni meno, anche a due cifre: – 35% a Ravenna (i dati sono sempre 2012 rapportato al 2007), -35% Forlì Cesena, -7% a Rimini. Nel corso degli ultimi anni i numeri si erano già ridotti all’osso e il trend continua: sono rimaste 78 imprese a Ravenna, 84 a Forlì Cesena (erano 96 nel 2007) e 60 a Rimini (erano 70). Segni meno pure nei settori della fabbricazione degli articoli in pelle, mobili e chimica. Flessioni occupazionali anche nell’edilizia, ma a Ravenna e Forlì Cesena superiore rispetto che a Rimini, e nella manifattura meccanica dove invece Rimini se la passa peggio di tutti: la fabbricazione dei prodotti in metallo scende del 12% a Ravenna, del 13% a Forlì Cesena e del 32% a Rimini.

Il lavoro atipico
In Romagna, mette in luce lo studio della Cisl, “la fortissima incidenza del lavoro “non standard” (cioè le varie tipologie di lavoro atipico, ndr) non la si trova solo nel settore delle coltivazioni ma anche della fabbricazione dei mobili e nella meccanica, con una percentuale che a Rimini è più alta (24%) che a Forlì Cesena e Ravenna (16%)”. Consistente, insomma, è l’incidenza del lavoro non standard sul totale del lavoro dipendente in Romagna e questo fa pensare, commenta Fossati, “ad imprese che si difendono utilizzando flessibilità in uscita e ammortizzatori, che sono modalità di attraversare la crisi che non favoriscono certo il cambiamento”.

Fonte: riminiduepuntozero