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Certificati "anti-Cpr", l'inchiesta si allarga: ipotesi di una rete nazionale

Al centro delle indagini una presunta "mappatura" dei certificati di inidoneità ai Cpr e i collegamenti tra medici di diverse città, tra cui Ravenna, Rimini e Forlì

18 set 2026
Foto: rainews
Foto: rainews

Si allarga l'inchiesta della Procura di Ravenna sui presunti certificati medici falsi utilizzati per impedire il trasferimento di cittadini stranieri nei Centri di permanenza per il rimpatrio. Dopo il primo filone che ha coinvolto otto medici delle Malattie Infettive dell'ospedale di Ravenna, mercoledì sono state eseguite 23 perquisizioni in diverse città italiane, tra cui Rimini, Bologna, Forlì, Ferrara, Roma, Bari, Biella e Livorno.

Il nuovo sviluppo investigativo, ricostruisce Il Resto del Carlino, parte da un'informativa della Polizia del 24 agosto e porta all'iscrizione nel registro degli indagati del medico Nicola Cocco, 42 anni, esponente della Società italiana di medicina delle migrazioni e attivo nella rete "No Cpr". Nei suoi confronti, e nei confronti di altre tre persone, viene ipotizzato il reato di associazione per delinquere finalizzata, secondo l'accusa, alla predisposizione di certificazioni non veritiere per evitare il trattenimento nei Cpr.

Il punto centrale dell'indagine è l'ipotesi dell'esistenza di un coordinamento tra sanitari di diverse realtà ospedaliere. A sostegno di questa tesi, si legge sul Corriere Romagna, gli inquirenti citano alcune chat già finite agli atti. In una di queste Cocco scrive: "Se vi va mandatemi copia delle certificazioni, che sto tenendo una mappatura". Per la Procura, proprio questa "mappatura" potrebbe rappresentare il tentativo di monitorare a livello nazionale i certificati di non idoneità rilasciati tra il 2024 e il 2026.

Secondo l'ipotesi accusatoria, nei gruppi tra medici sarebbero circolate anche bozze e modelli per la redazione dei referti, condivisi con colleghi di più ospedali. L'inchiesta punta ora a verificare se si trattasse di iniziative autonome o di un sistema organizzato con una ripartizione di ruoli e compiti.

Le perquisizioni, eseguite su telefoni, computer e abitazioni, hanno interessato anche professionisti non indagati. Uno dei medici bolognesi coinvolti nei controlli ha criticato le modalità dell'intervento, raccontando: "Mi sono sentito trattato come un mafioso". Il suo legale, Fabio Anselmo, ha aggiunto: "Non possiamo accettare che, attraverso modalità tanto invasive e una loro immediata esposizione pubblica si finisca per creare anche un registro informale dei perquisiti".






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