La violenza di genere in Valmarecchia si consuma soprattutto dentro casa, per mano di mariti, compagni, ex partner e familiari. È il quadro che emerge dai dati 2025 raccolti dai Servizi sociali dell’Unione dei Comuni della Valmarecchia: 56 gli accessi ai centri antiviolenza del territorio, di cui 49 da parte di donne italiane. Nella quasi totalità dei casi l’aggressore è il partner o un familiare: 39 donne hanno denunciato violenze da parte del compagno attuale, 9 dall’ex partner e 6 da altri familiari.
Solo due episodi sono riconducibili ad ambiti esterni alla famiglia. La violenza psicologica è presente in tutti i casi presi in carico, mentre 39 donne hanno subito anche violenze fisiche, 31 forme di ricatto economico e 14 violenze sessuali. Particolarmente rilevante il dato relativo ai figli: 42 delle 56 donne coinvolte sono madri e hanno chiesto aiuto anche per proteggere i propri bambini.
Per contrastare il fenomeno, l’Unione dei Comuni gestisce sportelli antiviolenza a Santarcangelo, Verucchio e Novafeltria, finanziati dalla Regione Emilia-Romagna con circa 60mila euro l’anno. I centri garantiscono ascolto, supporto psicologico e, nei casi più gravi, accesso a case rifugio a indirizzo segreto. Accanto alla protezione immediata, il progetto punta sull’autonomia economica e abitativa delle vittime. Nel 2025 sono state 14 le donne che hanno completato con successo un percorso di reinserimento lavorativo.
“I dati raccolti evidenziano una realtà complessa che non possiamo e non vogliamo ignorare”, afferma Emanuel Peruzzi, assessore ai Servizi sociali del Comune di Sant’Agata Feltria. “Spesso si tende a pensare che nelle nostre piccole comunità, dove il tessuto sociale sembra più protetto, certi fenomeni siano distanti, ma i numeri ci dicono il contrario: la violenza domestica è una piaga silenziosa che abita anche i nostri borghi”.
“Non basta offrire un rifugio nell’emergenza; la vera sfida è fornire alle donne le chiavi per una libertà duratura – aggiunge Peruzzi –. Per questo puntiamo su percorsi personalizzati che partono dal sostegno psicologico e arrivano a soluzioni concrete per il lavoro e l’autonomia abitativa. Solo restituendo dignità e indipendenza economica possiamo permettere a queste donne, e ai loro figli, di guardare al futuro con ritrovata speranza”.