HONG KONG

"Contenimento" delle proteste o "pugno di ferro"? Le opzioni di Pechino di fronte al caos nell'ex colonia britannica

In lieve rialzo, intanto, la Borsa di Hong Kong, grazie anche allo "slittamento" sui dazi deciso da Trump. Preoccupa invece la situazione economica della Germania: crolla la fiducia degli investitori

Il Governo cinese è a un bivio; l'impressione è che qualunque decisione venga presa possa avere conseguenze dolorose per Pechino. Di fronte al caos di Hong Kong, le autorità centrali potrebbero rispondere con il pugno di ferro.

Fonti del Regno Unito – oggi - parlano di mezzi corazzati dell'Esercito, dislocati nella vicina Shenzen e pronti ad entrare in azione. Il fatto è che un eventuale intervento delle Forze Armate potrebbe provocare un bagno di sangue, con effetti catastrofici sull'immagine, nel Mondo, del Gigante asiatico. Senza contare che Pechino ha già il “fiato sul collo” dell'ONU, che tramite il proprio Alto Commissario per i diritti umani ha chiesto un'indagine sugli incidenti avvenuti nell'ex colonia britannica.

L'alternativa è il “contenimento” delle proteste, con la speranza che si riducano progressivamente. Fino ad ora, tuttavia, e si è assistito piuttosto ad una loro radicalizzazione. Il rischio di un “approccio morbido” - seppur con gli standard cinesi -, è che poi, in altre aree di possibile frizione – come il Tibet, Macao o lo Xinjiang –, riacquistino forza spinte centrifughe mai sopite.

Sospiro di sollievo, allora, a Pechino, per il ritorno all'operatività dell'aeroporto di Hong Kong – uno dei più importanti del Continente -, dopo gli scontri che avevano caratterizzato le due giornate precedenti. Scattato, nello scalo, il divieto di manifestare. Cinque persone sono state arrestate dalla polizia, che ha condannato le azioni dei manifestanti definendole “terroristiche”. I dimostranti, fra le altre cose, avrebbero malmenato due cittadini cinesi.

Nonostante queste gravi tensioni la Borsa di Hong Kong ha chiuso oggi in rialzo. E questo grazie anche alla decisione di Trump di far slittare – fino al 15 dicembre - i dazi al 10% su alcuni prodotti cinesi. La decisione facilita inoltre il nuovo round di trattative fra Washington e Pechino in programma a settembre.

Il braccio di ferro sul commercio internazionale, comunque, sta provocando pesanti ripercussioni sulla nazione considerata la “locomotiva d'Europa”. L'economia tedesca – fortemente incentrata sull'export - torna sotto zero: il Pil, nel secondo trimestre, ha segnato un calo dello 0,1%. Addirittura disastroso il dato sulla fiducia degli investitori, crollata, ad agosto, al -44,1; dal -24,5 di luglio.

A spaventare i mercati anche l'Argentina, dove si profila un ritorno del peronismo, come reazione alle ricette neoliberiste di Macri, che hanno portato il livello di povertà al 35%, ed inaridito occupazione e produzione industriale. Dopo il devastante crollo della Borsa di lunedì, tuttavia, ieri si è registrato un consistente “rimbalzo” che ha sfiorato l'11%.

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