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Giornalisti uccisi: +18% negli ultimi 5 anni, assassinati per denunce di fatti politici, criminalità e corruzione

3 nov 2019
Daphne Caruana Galizia, foto Ansa
Daphne Caruana Galizia, foto Ansa

In tutto il mondo, specie nei Paesi in pace, i giornalisti continuano ad essere uccisi per il loro lavoro di informazione, contro criminalità, fatti politici e corruzione. I dati emergono da un rapporto Unesco pubblicato in occasione della recente Giornata internazionale per porre fine all'impunità per i crimini contro i giornalisti. Negli ultimi cinque anni le uccisioni sono aumentate del 18% rispetto al quinquennio precedente e poco più della metà di esse è avvenuta proprio in Stati con una situazione pacifica.

Nei primi 10 mesi del 2019 sono stati 44 i giornalisti assassinati; dato, tuttavia, in calo rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. E quasi il 90% dei responsabili dei 1109 delitti tra il 2006 e il 2018 non è stato punito. Le aree geografiche con il più alto tasso di vittime sono gli Stati Arabi, l'America Latina, i Caraibi e l'Asia. A tutto ciò vanno aggiunti elementi come minacce di perseguimento penale, arresti e ostacoli nell'accedere alle informazioni. 

"Non c'è democrazia senza libertà di stampa", ha scritto il presidente del Parlamento Europeo, David Sassoli, che ha ricordato, tra gli altri, Daphne Caruana Galizia, cronista maltese assassinata in un attentato nel 2017. "Se non riusciamo a proteggerli - ha affermato il segretario generale Onu, Antonio Guterres - sarà estremamente difficile per noi rimanere informati e contribuire al processo decisionale". Dati e situazioni che fanno riflettere, visto che, nel passato, i cronisti morivano soprattutto in zone di guerra o in Paesi in condizioni difficili e non in Stati 'pacifici'.