Ad Ankara il vertice Nato si muove su un doppio binario: da un lato l'escalation militare, con Mosca che ha bombardato Kiev causando decine di morti; dall’altro, una vera e propria fiammata di contratti industriali, con il Forum della Difesa che ha già formalizzato accordi per oltre 50 miliardi di dollari.
L'obiettivo, scandito dal Segretario Generale Mark Rutte, è chiaro: armarsi subito. I paesi membri annunciano un piano da 40 miliardi nei prossimi cinque anni per la difesa contro i droni e una piattaforma comune di acquisto. Ma a far tremare la tenuta dell'alleanza sono le parole di Donald Trump. Atterrato nella capitale turca, il presidente americano gela i partner europei durante il bilaterale con Erdogan, accusando esplicitamente Italia, Francia, Germania e Regno Unito di aver voltato le spalle agli Stati Uniti sul dossier Iran. "Sono molto deluso dalla Nato", tuona il tycoon che, su un possibile ritiro delle truppe americane dall’Europa, risponde con un sibillino: "Vedremo". In questo clima di tensione, i riflettori si spostano su Volodymyr Zelensky.
Il leader ucraino incassa l'elogio di Mark Rutte per i successi al fronte e mette sul tavolo il pressing. Domani ci sarà il faccia a faccia con Trump, ma Zelensky ha già lanciato la sfida alla platea: "Nessun altro Paese al mondo sa intercettare i droni d'attacco russi come noi, arriviamo al novanta per cento. Con l’Ucraina dentro, la Nato sarebbe più sicura. Meritiamo l’ingresso". La replica indiretta arriva dal panel congiunto tra Mark Rutte e Ursula von der Leyen, che sancisce una svolta storica sull’asse Bruxelles-Nato: "Non possiamo più continuare così", ammette Rutte, "serve un’Europa molto più forte in una Nato più forte". Ad Ankara, dunque, si incrociano guerra, riarmo e nuovi equilibri geopolitici.