Negli anni Ottanta, quando la Lipu iniziò a portare in Italia una parola che nessuno sapeva ancora pronunciare, il birdwatching sembrava un’eccentricità da anglosassoni.
Bastarono pochi anni perché l’osservazione degli uccelli diventasse un’attività strutturata, con guide, corsi, ed un’intera comunità di appassionati che si alza all’alba per osservare aironi e cicogne.
Oggi succede qualcosa di simile con un altro animale, molto più ingombrante, che risponde al nome di orso bruno. In Trentino è possibile organizzare escursioni di due giorni, zaino in spalla e binocolo al collo, con l’obiettivo dichiarato, e quasi mai raggiunto, di scorgerne almeno uno.
Il bear watching prende in prestito lo schema del birdwatching, fatto di gruppi ridotti, guide dalla comprovata esperienza, punti di osservazione precisi e nessun contatto ravvicinato.
Con gli orsi, ovviamente, le distanze di sicurezza devono mutare radicalmente, perché la posta in gioco è troppo alta: disturbate un fringuello ed esso volerà via, fate lo stesso con un orso e magari avrete qualche difficoltà a raccontarlo.
Le escursioni vengono effettuate presso le valli dove la presenza della specie è documentata (come la Val d’Ambiez, cuore del gruppo di Brenta ed una delle zone più battute) e prevedono pernottamenti in rifugio, cartelli di avvertimento all’ingresso dei sentieri ed il divieto tassativo di allontanarsi dal gruppo.
Chiunque organizzi queste uscite lo ripete come un mantra: il bear watching si fa in piccoli gruppi, sempre con una guida che conosca il territorio, mai per conto proprio.
La logica è la stessa che vale per qualunque incontro ravvicinato con l’animale, per cui vanno mantenute le distanze, la propria presenza deve essere segnalata con la voce e non bisogna mai avvicinarsi ad una femmina con cuccioli.
La Provincia Autonoma di Trento ha pubblicato un vero e proprio vademecum di comportamento per chi si muove in montagna in queste zone, dalle regole base (non correre mai, non lasciare cibo nello zaino) a quelle per le situazioni più critiche.