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Anpi: "Il lavoro rende liberi"

24 gen 2018
Anpi: "Il lavoro rende liberi"
Quando nel 2006 i partigiani aprirono l’A.N.P.I ai giovani antifascisti, pensarono che questa azione fosse necessaria per non disperdere il patrimonio di valori e di memoria della lotta di Liberazione, ma soprattutto che fosse necessario che eventi di sofferenza, morte e distruzione non venissero rimossi dalla memoria collettiva affinché non si ripetessero più. Sicuramente però mai avrebbero pensato che in soli poco più di dieci anni ci si sarebbe ritrovati in una situazione paradossale come quella accaduta oggi.

Ci si chiede come sia possibile che una persona nata nel 1979 non abbia mai visto un film, una foto con didascalia, uno spunto sulla tragedia della Shoah e che l’immagine di quella scritta sul cancello di Auschwitz, ironica quanto tragica come solo i nazisti sapevano fare, non gli sia mai stata associata alla tragedia della soppressione di sei milioni di persone.

E non è possibile che si difenda banalizzando la sua ignoranza: i nostri anziani abbassavano umilmente lo sguardo quando erano costretti a dichiararsi ignoranti, ma il loro sguardo ci accendeva quando facevano notare che però sì, sapevano scrivere il loro nome, mica firmavano con una croce!

Certamente questo clima nel quale più si è trucidi e più si appare brillanti non aiuta, anche perché c’è chi si compiace dicendo che parlando di “razza” è salito nei sondaggi.

Però noi non ci rassegniamo e chiediamo a gran voce che quella scritta sia rimossa (ed anche in fretta), perché non si può perdonare chi utilizza tali mezzi per proprio tornaconto personale (molti miei clienti sono stranieri e dicono che quella scritta è bella in un luogo di lavoro!) ed inoltre non perdoniamo nemmeno l’ignoranza perché un sempliciotto non avrebbe appeso nella sua attività un cartello con quella frase in tedesco.

E quindi, in questo gesto, a pochi giorni dalla Giornata della Memoria, oltre alla bugia leggiamo la provocazione.

A questa persona consiglierei la lettura di una storia d’infanzia come quelle scritte da Lia Levi, oppure se tenere tra le mani un testo gli costasse troppa fatica, potrebbe accendere il suo telefonino, andare su youtube e ascoltare una delle tante testimonianze dei sopravvissuti dei campi di concentramento, compresa quella della dolce neosenatrice Liliana Segre: l’ignoranza è una malattia dalla quale si può guarire.


Giusi Delvecchio
Presidente Comitato Provinciale A.N.P.I. Rimini