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Omelia di Mons. Andrea Turazzi nella celebrazione della Festa del Lavoro

San Marino Città (RSM), sede di San Marino RTV, 1 maggio 2020

2 mag 2020
Omelia di Mons. Andrea Turazzi nella celebrazione della Festa del Lavoro

 Gen 1,26-2,3 Sal 89 Mt 13,54-58 Terremoti, alluvioni, pandemie… Sono eventi che accadono sul nostro pianeta, piuttosto irrequieto. Accadono improvvisamente, rappresentano sempre un momento di crisi, segnano un trapasso nella storia e sono catastrofi per gli uomini. Che cosa fa l’umanità? Qual è la sua prima reazione? Si fa bambina: si sente piccola, impotente, smarrita. Corre tra le braccia del Creatore. È un atteggiamento spontaneo, immediato, semplice. E il Creatore che fa? L’accoglie, l’ascolta, gli infonde coraggio. Ma soprattutto la educa. Va oltre le coccole e le chiede di affrontare la realtà; va anche lui con lei e la rende convinta dell’enorme potenzialità che ha in sé. Le ha dato intelligenza, volontà, immaginazione, cuore… per dissodare, per costruire, per mettere briglie e domare, per stringere altre mani e altre braccia e fare rete. Permettete una metafora, il cowboy ha un puledro da domare: è difficile restare in sella nel rodeo. Poi, col suo coraggio e soprattutto con la sua caparbietà, riesce a domare quella che diventerà la sua inseparabile cavalcatura. Oggi ricordiamo san Giuseppe Lavoratore. Ci piace pensare che l’aureola che lo avvolge incoroni il lavoro e i lavoratori. Tutti i lavori, tutti i lavoratori. In questi giorni abbiamo considerato con ammirazione soprattutto l’impegno dei ricercatori, dei medici, degli infermieri, del personale che, a vario titolo, si spendono per gli ammalati, anche con un servizio umile, ma indispensabile, preziosissimo, determinante. Festa del Lavoro. Sappiamo come è nata questa ricorrenza, da quali sofferenze, da quali tensioni. La Chiesa ha visto nella questione operaia un segno dei tempi (kairòs) ed ha avviato un dialogo importante per lei e per ogni lavoratore. La Chiesa ha ripreso a sfogliare il “Vangelo del lavoro”, segnato dal peccato e poi redento dal Signore, il figlio del carpentiere: così chiamavano Gesù. Oggi si fa festa al lavoro. In questi giorni lo apprezziamo ancor di più. Il lavoro, benché costi fatica e sudore, ancorché debba misurarsi con la resistenza che gli fa la natura, nonostante l’attrito della materia che non si lascia piegare facilmente, è per l’uomo possibilità di trasformazione del mondo, di modificazione della realtà, di esplorazione in ogni campo. Con l’onesto lavoro l’uomo produce quello che serve alla sua vita, traffica i talenti che ha ricevuto, trasmette cultura, prolunga le possibilità della comunicazione. «Dio disse – così le parole della Genesi – facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza: domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutti gli animali selvatici e su tutti i rettili che strisciano sulla faccia della terra». La Genesi prosegue raccontando come il Creatore affidi all’uomo il giardino da coltivare. Sì, nel lavoro, nell’iniziativa, nell’impresa l’uomo esprime uno dei profili che lo rendono “a somiglianza di Dio”, gran lavoratore! Come non festeggiare il lavoro? Come non metterne in evidenza, oltre alla necessità e utilità, la bellezza? Perfino i bambini quando giocano fanno mestieri. Conosco bambini ottimi camionisti e… bambini che giocano a fare il prete! Una delle piaghe più gravi della nostra società è la mancanza del lavoro. La mancanza del lavoro offende la dignità della persona. Anche nella Repubblica di San Marino siamo all’imminente riapertura di tante attività. Una ripresa da fare con molte precauzioni, purché siano garantite sicurezza, ingressi controllati e dispositivi indispensabili. Le ferite che ha subito la nostra comunità sono profonde. In linguaggio figurato: non basta una convalescenza, un passaggio in clinica, ci vuole “rianimazione”. Si parla di una crisi economica senza precedenti. Economisti, sociologi e politici promettono di fare del loro meglio. Il rischio di tensioni sociali è tutt’altro che remoto. C’è una parola che in questo giorno mi sembra importante. Ci riguarda tutti. È da mettere in luce: solidarietà. Siamo fratelli, i nostri destini sono intrecciati: posso stare bene se anche tu stai bene! C’è interdipendenza nei nostri destini. Penso al piastrellista che da tre mesi non lavora, al piccolo imprenditore che ha acceso un mutuo per pagare un capannone, al negoziante che ha tenuto chiuso ed è nella condizione di lasciare a casa collaboratori, all’operatore turistico in ansia per il futuro… Festa del lavoro, sì. Ma anche di intensa preghiera. L’intensità della preghiera è segno di responsabilità, solidarietà e partecipazione. «Rendi salda, Signore, l’opera delle nostre mani»: così abbiamo pregato nel Salmo. Così sia.