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Nemini teneri

Editoriale del Dg Carlo Romeo

10 mag 2019
Nemini teneri

Momento importante quello di oggi, al Teatro Titano, per approfondire la libertà di stampa in tutto il mondo e quindi anche a San Marino. Inutile ricordare che una società che non ha strumenti per conoscere se stessa e per farsi conoscere è una società destinata inesorabilmente a morire in quanto tale perché una società che abbia paura della selezione e della circolazione delle notizie, che non si doti di strumenti per controllarne la veridicità, è una società che vive in una grande menzogna e vivere nelle grandi menzogne è roba molto pericolosa.

Il giornalista inoltre - meglio ricordarlo - è per legge l'unico professionista titolato a riconoscere e valutare se una notizia sia tale e quanto essa pesi all'interno di un complesso sistema di informazioni, esattamente come il medico è l'unico titolato a poter fare una diagnosi. Ciò ovviamente non toglie che, in entrambi i casi, possa capitare che ci siano professionisti incapaci o dilettanti straordinariamente dotati, ma la legge in merito è chiara.

Troppo spesso poi, in alcune presunte democrazie, i giornalisti sono stati ostaggio dei poteri forti - politici, banche, industrie, sindacati, tribunali - che ne garantivano l'accesso alla professione e la relativa crescita professionale, in cambio della rinuncia alla loro autorevolezza e dignità. Non esiste, intendiamoci, l'obiettività nel giornalismo, ma esiste la correttezza professionale e il rigore morale che rispondono entrambi alla propria coscienza e al proprio lettore, sempre nell'ambito e nel rispetto della propria azienda. Troppo spesso in troppe parti del mondo la scaletta del telegiornale la impone o cerca di imporla il politico - di solito da quattro soldi - o il capobastone di turno. Troppo spesso il bravo giornalista scomodo fa ampia e diffusa conoscenza delle carceri locali, spesso sparendoci dentro.

Il fatto è che la notizia - e conseguentemente il giornalista - fa paura. E poi non è sempre facile fare capire che un giornalista non si schiera e non adultera la qualità della sua informazione, non ragiona per partiti presi (per convenienza o per convinzione poco importa). Racconta la realtà che vede, come la vede, sempre con i fatti ben distinti e separati dalle opinioni.

Quanto ai rischi del mestiere, so di poterne parlare per esperienza diretta, visto che ricordo bene l'arredamento surrealista delle celle di Praga, Ankara o Varsavia dove le autorità locali reputavano opportuno ospitarmi per avere fatto il mio lavoro di cronista, in tempi non certo più facili di quelli di oggi, quando la cortina di ferro non era esattamente uno scherzo. Insomma non mi capita di parlarne per sentito dire.

Le cose oggi stanno cambiando e anche a San Marino - dove il motto di una volta "noti a noi stessi, ignoti agli altri" è ormai pesantemente anacronistico - certi conti vanno fatti. Ricordo per esempio con una certa curiosità e disagio quando mi si spiegava, al mio arrivo in redazione qualche anno fa, che intervistare gli avvocati non era gradito a quelli che allora erano i vertici del tribunale. Ce ne facemmo una ragione, voltammo pagina e gli avvocati, come è logico, vennero intervistati perché gli avvocati in qualsiasi società civile si intervistano, così come, se sono disponibili, si intervistano i magistrati. Sulla vicenda specifica - e piuttosto squallida, ma non per Rtv, nei suoi risvolti - risparmierei ai nostri lettori le puntate seguenti e la finirei qui, per carità di patria, ma cosa siano i giornalisti, in particolari quelli del servizio pubblico, anche sul Titano non è ancora chiarissimo a tutti.

Occorre poi considerare il fatto che non si investe mai abbastanza in una informazione corretta e che la cosiddetta informazione gratuita, tanto cara ai web, molto spesso si rivela essere acqua avvelenata. Io non so se i sammarinesi siano contenti di spendere per l'ospedale, il tribunale, l'università, così come per la radiotelevisione di stato... So però che senza una buona televisione che ricostruisca del Titano una immagine devastata in Italia, con una copertura di tutto il territorio italiano come è giusto che sia per la reciprocità in vigore, ciò che oggi San Marino è nell'immaginario collettivo italiano - e francamente non è che sia il massimo dal punto di vista di immagine - non cambierebbe facilmente.

Se diamo poi una occhiata in casa nostra, in sei anni, a RTV, con impegno e rigore, abbiamo regolarmente ridotto i costi, senza mandare a casa nessuno, anzi formando nuove professionalità pregiate per lo più sammarinesi, aumentato i ricavi derivanti dalle risorse pubblicitarie a fronte delle sensibili riduzioni del contributo annuale sammarinese negli ultimi quattro anni e da quest'anno da parte di quello italiano. Abbiamo costruito un palinsesto e portato personaggi apparentemente inimmaginabili solo sette anni fa per produrre televisione, radio e web con successo e credibilità, nei nostri studi e con le nostre professionalità. Facciamo una informazione di qualità che a volte contenta e a volte scontenta chi ci vorrebbe schierati, il che a volte può dare anche fastidio negli angoli bui dove si vorrebbe una stampa addomesticata. In fondo, a ben vedere, un buon servizio pubblico per essere tale e contentare alla fine tutti, deve anche saperli scontentare tutti. Noi questo lo siamo, anche se appunto a qualcuno questo non essere dei burattini teleguidati da interessi esterni può dare fastidio. Pazienza. Noi facciamo il nostro e, a questo proposito, resta agli atti come una bella pagina di giornalismo quanto ha scritto e firmato nei giorni scorsi la stragrande maggioranza dei giornalisti di RTV in un documento duro e rigoroso, indirizzato al presidente del Consiglio di Amministrazione e, per conoscenza, a Direttore Generale e Rappresentanza Sindacale Aziendale, rivendicando rispetto per la propria azienda e la propria professionalità insieme alla richiesta che proprio il Consiglio di Amministrazione, nella sua interezza, non rinunci al dovere/diritto di tutelarli per tutelare al tempo stesso Rtv.

Tornando agli scenari globali, cui la giornata di oggi è dedicata, se si pensa ai giornalisti morti - personalmente ci tengo a ricordare qui e oggi due cari amici, Andrea Tamburi e Antonio Russo, ammazzati a calci uno a Mosca, l'altro in Georgia - e a quelli in carcere, la lista si allunga ogni anno. Non è retorica ma cronaca nonché il dovere di non dimenticare quelli che sanno essere di esempio per un ruolo vitale in qualsiasi tessuto sociale. Conoscere per deliberare, non è un vecchio slogan usurato ma piuttosto la chiave per affrontare i tempi e le burrasche che stiamo vivendo. Il dovere dei giornalisti è tutto qui, nel loro impegno a far conoscere la realtà in cui viviamo, armati di professionalità, coraggio e rigore.

cr