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Don Mangiarotti: George Floyd, ‘omicidio volontario’ per gli agenti

4 giu 2020
Don Mangiarotti: George Floyd, ‘omicidio volontario’ per gli agenti

«Se non hai visto il video, allora non puoi parlare» mi ha detto una amica, mentre cercavo con lei e con altri di ragionare su quanto di terribile è accaduto in America e sulle ugualmente tragiche conseguenze che stanno riempiendo di odio milioni di persone. Ma l’ho visto, il video, e cerco di dire qualcosa. È terribile e ingiusto che un uomo, qualunque sia la sua condizione, venga ucciso, qualunque sia il modo con cui è accaduto. Abbiamo una storia di civiltà che ci impone il rispetto per ogni uomo. Uccidere, da parte di un poliziotto, quando non si tratta di legittima difesa, è una efferatezza senza giustificazioni. Punto.
Non si risponde, però, all’odio e alla violenza con altro odio e altra violenza. E questo ritengo che sia l’unica risposta adeguata. Questo è stato il commento di Papa Francesco: «Papa Francesco: su morte George Floyd, “non possiamo tollerare né chiudere gli occhi su qualsiasi tipo di razzismo” ma “violenza delle ultime notti è autodistruttiva e autolesionista… Nulla si guadagna con la violenza e tanto si perde”» e io grido che «bisogna pretendere di difendere la sacralità di ogni vita umana». Punto.
Mentre il dolore per quanto accaduto e per le tragiche reazioni che ne stanno seguendo attanaglia il cuore, si presentano davanti agli occhi le immagini di tanta, troppa violenza che sembra determinare il cammino dell’uomo.
E mentre guardavo le immagini della protesta di Denver, dove i manifestanti si sono sdraiati a terra mimando la scena dell’omicidio di George Floyd, ho rivisto con sgomento e dolore, come in un terribile flashback, le immagini dei giovani cinesi sdraiati per terra e schiacciati dai carri armati cinesi, nella famosa Piazza Tien an Men.
Quando finirà l’odio contro la vita umana? Quell’odio che uccide senza pietà, con la crudeltà del potere e con la connivenza persino dei benpensanti, l’odio con i camici bianchi dei medici che uccidono i bimbi non voluti e l’odio efferato di chi commercia e rende schiavi altri uomini?
Non lo so, ma credo di conoscere la strada della bontà. E l’ho incontrata tantissime volte, anche in questi giorni, ha un volto, quel volto che a Pasqua, questa Pasqua che non abbiamo potuto celebrare nelle nostre assemblee eucaristiche, mostrava l’immagine di Cristo, risorto, sì, ma con i segni della terribile passione.
E ho ritrovato un po’ di luce e conforto leggendo la biografia splendida del Card. Van Thuan, imprigionato tra sofferenze inimmaginabili da coloro che volevano costruire, nel nome della ideologia marxista, una città di benessere e giustizia. Ad un certo punto della sua vicenda, su una nave che lo porta, insieme ad un numero indefinito di prigionieri ridotti a scheletri e larve umane, nel nuovo carcere nel Nord Vietnam, incontra il Generale Tran Xuan Dang, anch’egli prigioniero, maltrattato e umiliato. Ed ecco il racconto di quella notte: «Quelli senza catene cercarono di raccogliere con le mani gli avanzi di pesce. Un uomo, adirato, ne sputò un pezzo a terra e disse ad alta voce:
- Questi maledetti ci portano al nord. Se non ci fanno morire di fame, ci faranno morire di freddo.
Nessuno rispose. Ma gli occhi, disperati, annuivano di fronte a quelle parole.
- Non capisco perché ci succede questo. Tutta la vita a lottare per il nostro Paese per finire qui, come lische di pesce marcio.
Thuan riconobbe la voce dell’ufficiale Tran Xuan Dang, uno dei capi di Stato Maggiore del Vietnam del Sud prima dell’ultimo golpe militare…
- Sì, generale Dang, la nostra patria le sarà per sempre grata - Thuan chinò la testa in segno di saluto. - Quello che lei ha fatto, nessuno lo potrà mai più cancellare dalla storia. Anche se morisse qui. Anche se cercassero di cancellarlo dai libri. Ciò che è stato fatto, resta fatto.
Il generale fissò lo sguardo, sconcertato. Con lentezza, ma con convinzione, rimproverò Thuan. Si avvicinò un po’ di più a lui.
- La ringrazio per le sue buone intenzioni, Nguyen Van Thuan, però io non sono come lei. Non riesco a capire il suo atteggiamento. Ieri sera ho provato disprezzo ad ascoltarla. Mi è venuto in mente il volto di suo zio Diem. Perché l’hanno ucciso? Perché non desidera vendicare l’ingiustizia? Nelle vene della sua famiglia deve scorrere sangue diverso. Mi creda: la invidio, persino. Ma io non posso.
- Generale...
- Chiamami Dang, per favore. Qui dentro temo non ci siano ranghi che valgano.
Thuan sorrise e continuò.
- Dang, provare odio e vendetta è la reazione logica di un cuore che è stato ferito. Un soldato, quando riceve un proiettile, comincia a sanguinare, ma se non vuole morire dissanguato, deve usare urgentemente un laccio emostatico. Poi, estrarre il veleno della pallottola quanto prima perché non venga contaminato l’intero flusso sanguigno. Solo il perdono può fermare l’emorragia di una violenza irrazionale. Solo il perdono ci libera dal veleno dell’ingiustizia.
- Ma il fatto è che non è giusto che siamo qui! - il generale si sentiva attratto da Thuan, ma non poteva far propria quella proposta. - Se li perdono, gli do ragione. E mi distruggo ancora di più.
- Se li perdoni, ti liberi dal loro veleno: l’odio, che consuma le viscere del corpo e dell’anima. E che quando non può esprimersi, finisce per infiammare il carattere e ferire il corpo fino a farlo ammalare. Perdonare l’ingiustizia sarebbe assurdo, crudele con te stesso. Ma rendere il male a chi te lo provoca sarebbe perpetuare il suo gioco distruttore.
Dang si guardò intorno e vide che tutti si erano addormentati.
- Invidio la sua capacità di perdonare, Van Thuan; davvero, la invidio. Io non posso - il generale mise la testa fra le gambe, sconfitto. - Io sono stato addestrato a lottare, non ad arrendermi di fronte al nemico.
- Proprio perché sei un grande lottatore, so che puoi vincere questa guerra. Le battaglie del cuore sono le più eroiche: ci giochiamo la morte ma, soprattutto, conquistiamo la vita...»
Penso che l’unica speranza per questo nostro mondo siano i testimoni di questo perdono, come ha insegnato Van Thuan, e soprattutto la Chiesa che, come «mater et magistra» può e deve riprendere il suo compito evangelico di fronte al mondo.

Comunicato stampa
Don Gabriele Mangiarotti