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Su: Chi ha paura del referendum?

28 mag 2013
Su: Chi ha paura del referendum?
Su: Chi ha paura del referendum?
Nell’ultima seduta del Consiglio Sinistra Unita ha votato contro il progetto di legge di iniziativa popolare per la modifica della normativa in materia di Referendum perché il testo originale, sottoscritto da più di cinquecento cittadini, è stato snaturato dagli emendamenti della maggioranza. Le aspettative dei proponenti sono andate deluse perché l’unica innovazione accettata riguarda il giudizio di ammissibilità del quesito referendario che viene anticipato al momento del suo deposito, cioè prima della raccolta delle firme per evitare il rischio che tanta fatica possa essere vanificata dall’inammissibilità del quesito. E’ stata invece respinta l’abolizione della certificazione notarile delle firme, che costituisce un notevole aggravio dei lavori di raccolta. Ma soprattutto la maggioranza al governo non ha voluto accogliere il punto centrale della proposta: l’abolizione del quorum dei voti necessari per l’approvazione del quesito referendario. Più precisamente la maggioranza si è limitata a concedere graziosamente una riduzione di sette punti percentuali, passando dal 32% della vecchia normativa al 25% della nuova.
A distanza di circa vent’anni dall’ultima legge sul referendum i tempi erano sembrati maturi per la totale abolizione di un dispositivo che penalizza il successo dei quesiti referendari, ancora costretti a superare una soglia neppure prevista per le elezioni politiche. Il comitato promotore del referendum si accolla il peso più grosso con l’unica arma di persuadere gli elettori a votare sì, mentre le forze contrarie si avvantaggiano sia con il no dei cittadini che con la forza inerziale dell’astensionismo. E’ sotto gli occhi di tutti come spesso le forze politiche in disaccordo con il quesito referendario non si limitino a invitare gli elettori a votare no, ma li incoraggino a non andare a votare, speculando sulla loro apatia politica o, nel caso peggiore, utilizzando l’astensione come controllo del voto. Infatti nessun elettore può contravvenire alla richiesta di non recarsi a votare rivoltagli da un politico o da un partito senza che questi lo sappiano. Non vi pare che il comitato promotore del referendum avesse diritto almeno a una tendenziale parità delle armi?
Il triste epilogo della legge riformata si è infine consumato con un’altra norma inaccettabile grazie alla quale i due referendum già in attesa, quello sull’adesione all’Unione Europea e quello sulla scala mobile proposto dal Sindacato, saranno celebrati con la vecchia normativa. Perché tanta paura dei cittadini che si riappropriano della loro capacità di decidere e del loro sacrosanto diritto a giudicare, pungolare, controllare le persone da loro elette? Perché questa lettura del referendum in conflitto con la democrazia rappresentativa e non invece come completamento e arricchimento di una democrazia partecipata? Il ricorso al referendum non assumerà mai le dimensioni del fenomeno inarrestabile perché nessuno può immaginare uno stato che possa essere governato attraverso l’appello continuo al popolo. Eppure c’è chi vi si oppone con incomprensibile accanimento.
E’ nota già da tempo la contrarietà a questo testo di legge del Partito Democratico Cristiano (il più bastonato dalla vittoria plebiscitaria dell’ultimo referendum celebrato, indetto per proteggere i terreni dello Stato dalla discrezionalità delle maggioranze semplici) e quella dei partiti che componevano la maggioranza della passata legislatura. Ma ciò che ha stupito è stato il camaleontismo del Partito dei Socialisti e dei Democratici che ieri, dall’opposizione, prometteva ai presentatori di questo progetto di legge un appoggio incondizionato mentre oggi, dalla maggioranza, ne prende le distanze per allinearsi il più possibile alla posizione dei propri partners di governo. E’ stato solo grazie alla buona volontà di uno sparuto gruppo di consiglieri del PSD - troppo pochi per la verità - se la legge non è stata interamente bocciata. Ma se il PSD avesse mantenuto gli impegni la proposta avrebbe goduto dei numeri necessari per passare in tutta la sua portata di evoluzione democratica.
Il tema di questa legge non fa parte dell’accordo di governo e non ne avrebbe compromesso la stabilità. Invece ancora una volta abbiamo visto prevalere i diktat dirigistici di una politica che perde i colpi e pasticcia, incapace dell’innovazione che servirebbe. Incapace di una revisione autentica e profonda dei comportamenti politici individuali e collettivi che, almeno su certi temi, consenta il formarsi di maggioranze virtuose dove l’interesse generale possa rispecchiarsi e suscitare nei cittadini un po’ più di fiducia nelle loro classi dirigenti. E’ ingiusto, scoraggiante e inadeguato alle attese e alle necessità del Paese che ci si debba ancora accontentare di compromessi paludati di nobiltà dove si riconoscono i sintomi di un declino della coscienza, del senso di responsabilità, del libero arbitrio di ogni consigliere. Il referendum e l’energia di cittadini consapevoli e appassionati, che vogliono contare e riagguantare il filo del loro destino, sono una soluzione ai rischi di questo declino, non un incidente di percorso. Per questo Sinistra Unita con amarezza ha votato no. Perché fosse questa maggioranza a consegnare ai sammarinesi il magro bottino della ennesima dimostrazione che una parte maggioritaria della nostra politica o non ha capito o non vuole cambiare.

Francesca Michelotti