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Scetticismo sportivo, il caso NBA

3 gen 2019
Dan Peterson e Dino Meneghin
Dan Peterson e Dino Meneghin
Nell’immaginario collettivo il basket è sempre stato lo sport, dove gli statunitensi e la loro lega NBA sono i professionisti e il resto del mondo i dilettanti, anche se ultimamente questo mito è stato in parte sdoganato.

Oggi infatti tra i giocatori che dominano nella NBA, ci sono più giocatori stranieri di quelli statunitensi; Giannis Antetokounmpo, nigeriano che rappresenta la Grecia, e Joel Embiid del Camerun, stanno dominando anche più degli atleti a stelle e strisce, con Nikola Jokic della Serbia appena dietro al livello dei migliori statunitensi, in attesa dei giovani Karl Anthony Towns della Repubblica Dominicana e Domantas Sabonis della Lituania e probabilmente l’ancor più giovane Luka Doncic della Slovenia.

I primi giocatori stranieri ad apparire in NBA li abbiamo avuti negli anni 80. Quelli di maggior successo sul finire degli anni 80 ed inizio anni 90 furono Drazen Petrovic, Toni Kukoc e Dino Radja della Jugoslavia - poi dal 1992 Croazia - Detlef Schrempf della Germania, Vlade Divac della Jugoslavia poi Serbia, Arvydas Sabonis e Sarunas Marciulionis dell’URSS poi dal 1992 Lituania, ma nessuno di loro dominò a livelli assoluti oltre Oceano.

Loro furono i primi ad andare in NBA e quindi dovettero subire una sorta di xenofobia sportiva, perché c’era troppo scetticismo attorno a loro, in quanto venivano dall’Europa, dove il livello era inferiore alla NBA, ma non così tanto come all’epoca si pensava.

Non vennero valorizzati dagli allenatori, dai compagni e dai media statunitensi e quindi non espressero mai il loro vero potenziale in NBA; Drazen Petrovic, che è considerato il più grande giocatore europeo della storia - anche se l’attuale ventiquattrenne Giannis Antetokounmpo forse potrà superarlo - in NBA sarebbe potuto essere un dominatore assoluto dopo solo Michael Jordan e Hakeem Olajuwon, quest’ultimo nigeriano, ma cresciuto a livello giovanile negli USA, quindi esente dalla xenofobia sportiva che ha colpito gli altri stranieri della sua epoca. Arvydas Sabonis al netto degli infortuni e dai pregiudizi, sarebbe potuto essere un altro dominatore, con Toni Kukoc appena dopo di loro, senza dimenticare gli altri già citati. Sabonis al netto degli infortuni e Petrovic a livello europeo sono considerati superiori anche a Dirk Nowitzki, il tedesco che nel 2011 è stato l’unico cestista europeo ad essere il miglior giocatore di una squadra che ha vinto il titolo NBA.

Queste convinzioni degli esperti del settore si basano sulle competizioni internazionali delle nazionali, dove i nomi citati sopra, con l’aggiunta del greco Nikos Galis e del Brasiliano Oscar Schmidt, hanno sempre creato noie alle selezioni statunitensi.

Forse però secondo molti addetti ai lavori, il revisionismo storico è un po’ esagerato riguardo ai cestisti non statunitensi, degli anni 50, 60 e 70, perché in quegli anni nonostante la presenza di campioni come Sergej Belov dell’Unione Sovietica, Kresimir Cosic, Drazen Dalipagic, Radivoj Korac, Dragan Kicanovic, Mirza Delibasic della Jugoslavia, Dino Meneghin dell’Italia e altri ancora, agli Stati Uniti per vincere mondiali e olimpiadi, bastava schierare i campioni collegiali sotto i 23 anni. Infatti a parte il miracolo sportivo dell’URSS di Sergej Belov del 1972, solo dal 1988 e 1990 in poi gli eroi a stelle e strisce si resero conto che i campioni collegiali non erano più sufficienti, per vincere a livello di nazionali, infatti dal 1992 in poi gli statunitensi schierarono sempre i grandi campione della NBA e nemmeno con questi riuscirono sempre a vincere, ma solo perché non sempre i migliori dell’NBA si degnarono di giocare. La spiegazione per il fatto che nei primi anni gli USA dominavano maggiormente, può essere che il basket negli USA si è diffuso con 20 – 25 anni d’anticipo rispetto al resto del mondo, ma oggi, nonostante la nazionale statunitense sia sempre nettamente la migliore, il basket è uno sport di alto livello un po’ ovunque.

Andrea Renzi